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Wednesday, December 12, 2012

Il destino del Paese passa per la Lombardia



Editoriale di Luigi De Michele

Più dello spread, più della legge di stabilità, del ritorno di Berlusconi, della candidatura di Monti, della tenuta del Movimento Cinque Stelle e della crescita del Partito Democratico, conterà l'esito della sfida epocale tra l'avvocato milanese Umberto Ambrosoli (figlio di Giorgio, dato per favorito nella corsa alle primarie) e l'ex Ministro dell'Interno Roberto Maroni.

Il destino del Paese passa per la Lombardia. È la regione che può sia consegnare il Senato della Repubblica nelle mani della coalizione 'Italia Bene Comune' sia costringere il Partito Democratico ad allargare la base parlamentare alle forze liberali del centrodestra montiano. Grazie alla montagna di seggi che mette a disposizione (47), infatti, ha la capacità di rimescolare le carte in tavola, relegando definitivamente Silvio Berlusconi ai margini della politica italiana o resuscitandolo spianandone il terreno a destra, qualora la eventuale 'Lista per l'Italia' stringesse un patto di legislatura col PD.

Ambrosoli ha la possibilità di continuare a percorrere il cammino intrapreso negli ultimi tre anni dal Segretario Bersani in direzione della risoluzione della questione settentrionale. Ha i numeri per espugnare il Pirellone dopo la vittoria del centrosinistra a Milano nel 2011 e quella in tutti i comuni e le province in palio nell'ultima tornata primaverile. Rappresenta la miglior carta a disposizione delle forze progressiste 'qui e ora'. Permette un gioco a carte scoperte. Un gioco che, di riflesso, può traghettare 'Italia Bene Comune' verso la maggioranza assoluta al Senato oltre che alla Camera.

Il Partito Democratico è da tempo primo partito regionale, veleggia attorno al 30% circa (PD+Lista Ambrosoli, fonte SWG), mentre l'intera compagine si aggira attorno ai margini del 40%. IBC distanzierebbe in questo modo un'eventuale accoppiata Lega-PdL di 2,5 punti circa (stando alla rilevazione di Weber), che tenderebbero quantomeno a duplicarsi in caso di rilevazione focalizzata sul candidato presidente.

Questo perché la candidatura di Maroni, l'unica candidatura con qualche possibilità di vittoria per il centrodestra, è pressocché improponibile. La base della Lega è in fermento. Non accetta assolutamente una nuova coalizione con il PdL. Preferirebbe, piuttosto, accasarsi presso il 5 Stelle. E in attesa di risposte chiare, non tornerà ad essere l'utile idiota del Cavaliere. 'Tutti tranne lui'.

Il matrimonio non s'ha da fare. La Lega tornerebbe sotto il 4% nazionale. Perderebbe il primato nelle regioni del Nord. Rischierebbe la scissione: i lombardi da una parte (Bossi, Maroni e Calderoli) e i veneti dall'altra (Zaia e Tosi). Andrebbe in contro all'autodistruzione. Perderebbe definitivamente contatto con la propria base, con i propri ideali, con la propria anima. Tradirebbe se stessa, finendo per prestarsi ad improbabile tappeto rosso di un ritorno in pompa magna di Silvio Berlusconi. Ora che rifiutare l'ex Presidente del Consiglio sarebbe un atto che riscriverebbe la storia della Lega. Il primo vagito di una nuova vita.

Credo che alla Lega convenga saltare il giro. Correre in solitaria per riportare armonia all'interno del partito e tra i propri elettori. Uscire dalla disputa, ripristinare strategie a lungo termine, tornare a crescere come nel 1993. Senza compromessi, senza forzature, senza l'ombra ingombrante del Popolo della Libertà, senza museruole programmatiche. Per scrollarsi di dosso definitivamente il passato e poter indossare nuovamente il futuro.

Deve tornare ad essere il contenitore naturale delle istanze settentrionali. Dopo aver assunto una forma differente e una capienza molto più ridotta rispetto al passato. Dopo essersi autolimitata, si è deformata e ha deciso di non essere più se stessa. Beh, ora ha il tempo e il modo per tornare ad essere quella di una volta: una settimana circa e un no netto.

Se poi Maroni si accontentasse del supporto del Popolo della Libertà e non riuscisse l'attacco al fortino progressista, assisteremmo alla inevitabile fine del partito. Un partito che ha già perso ideali, sogni, elettori, punti di riferimento, simboli, comuni e province in buona parte del Nord Italia, che si appresta a perdere il Piemonte oltreché decine di parlamentari. E che, cosa più importante, perderebbe definitivamente la faccia.

Saturday, November 24, 2012

Se vince la Meloni, vince Bersani




Editoriale di Luigi De Michele

Se Giorgia Meloni vincesse le Primarie, Pierluigi Bersani diverrebbe Presidente del Consiglio. Con le sue posizioni anti-imperialiste, anti-europeiste, post-fasciste, populiste e demagogiche, spaccherebbe il Popolo della Libertà, lascerebbe fuggire i 'moderati', i 'liberali' e i 'liberal-socialisti' e rivoluzionerebbe lo scenario politico italiano. Giorgia Meloni è il cavallo di Troia della destra italiana. Rappresenta il Grand Finale dell'ultimo capitolo della saga berlusconiana. Il più grande regalo al progetto bersaniano di costruzione di un patto tra moderati e progressisti.

Giorgia Meloni è la Marine Le Pen italiana. Sposterebbe ancor più a destra il Popolo della Libertà. Lo renderebbe un nuovo Movimento Sociale Italiano. Un nuovo Front Nationale. Una nuova Alleanza Nazionale. Il più grande pacco regalo sotto l'albero di Natale del centrosinistra. La più grande sciagura per le forze del centrodestra moderato, che ancora sperano nel PDL e che si vedrebbero costrette a guardare a sinistra. La morte del Monti Bis, insomma. La fine dei progetti di Casini e Montezemolo. La fine dell'egemonia delle forze di centrodestra in Italia.

La Meloni si ritroverebbe a rappresentare un partito con a carico circa la metà dei consensi rispetto a quelli in dote all'attuale Popolo della Libertà. Si isolerebbe del tutto dalla vita politico-istituzionale italiana e consegnerebbe le forze liberali di centro nelle mani di 'Italia Bene Comune'. È quanto di peggio possa capitare al partito di Silvio Berlusconi. Un Cavaliere che non sa come uscirne. Vittima com'è dei ricatti dei suoi cortigiani. Un Cavaliere che, così come Bondi, ha capito da un pezzo il rischio che il partito corre: una condanna all'isolamento. Il suo, prima di quello del partito.

Giorgia Meloni rappresenta l'elemento di rottura, la discontinuità con il suo mondo, la fine del sogno liberale e di ogni pretesa di collocazione nel futuro mondo moderato. Rappresenta la fine del suo padrone. L'inizio di una nuova, amara, era. Era da cui potrebbe venir fuori più di un partito. Uno post-fascista, uno liberale e uno moderato che molto presumibilmente confluirebbe nella 'Lista per l'Italia'.

Berlusconi ha capito da tempo che non può più continuare con il suo assetto anti-europeista, anti-tedesco ed anti-euro. Ogni passo fatto in questa direzione significa morire politicamente. Significa perdere il poco che è rimasto della sua creatura. Significa perdere rilevanza dal punto di vista politico. Significa non poter contrattare per le tante vicissitudini che lo riguardano e che riguardano i suoi fedelissimi. Significa vedersi ritorcere contro in modo deifinitivo le sue disavventure. Zero grazia, zero salvacondotti. Significa troppe, troppe cose. Troppe a tal punto che non sa più come agire. Crede scioccamente che questa sia l'unica via da seguire per non perdere ulteriori consensi.

Insomma, Berlusconi farebbe bene a scongiurare le Primarie. Farebbe bene a tirar fuori il più celermente possibile il suo dinosauro dal cilindro. Ha ancora dalla sua un partito che naviga attorno al 15% e che potrebbe pur sempre recuperare quei 4-5 punti utili a ridiventare il secondo partito italiano. Ne va della sua carriera, della sua forza economica, della sua grandeur e a tratti della sua salute.

Sempre che sia ancora in sé. Sempre che abbia accanto gente che ha ancora a cuore il suo futuro e il futuro del suo partito. Sempre che non sia rimasto intrappolato in una vasca di squali. Gli squali che ha cibato per anni e che in mancanza di cibo, tendono a cibarsi del padrone. Sarebbe una beffa. La più grande delle beffe: quella di mettere al mondo figli ingrati a tal punto di perir per loro mano.

Mai fine fu più triste di chi si circonda della gente nel nome della convenienza.

Thursday, November 22, 2012

Bersani può vincere al primo turno




Editoriale di Luigi De Michele

Il Partito Democratico ha l'autostima sotto i tacchi. I tacchi di Silvio Berlusconi. Se solo riuscisse a conoscere se stesso, a ricostruire la propria personalità e a capire il proprio potenziale, non sentirebbe la necessità di fondare la propria strategia sul mantenimento del 'Porcellum', non temerebbe la candidatura di Matteo Renzi, eviterebbe di vivere le primarie come angoscia persecutoria. Vivrebbe della propria unicità. Godrebbe dei propri tratti distintivi. Imporrebbe la propria visione. Non avrebbe paura di ciò che è destinato a diventare.

Perché il Partito Democratico è l'unico partito italiano. Ha un'organizzazione tale da far rabbrividire qualsiasi altro partito europeo, un radicamento sul territorio senza eguali nel Paese, una memoria collettiva che rappresenta un'inestimabile ricchezza. È tutt'ora l'unico partito italiano ad avere una vera democrazia interna, capace di eleggere il Segretario con le primarie di partito, di proporre primarie interne per l'elezione dei deputati e dei senatori, di opporsi alla politica facile, al populismo, alla demagogia e, quindi, al facile consenso.

Eppur qualcosa non va. Il Partito Democratico ha paura della sua più grande ricchezza: gli elettori. Sente di avere la coscienza sporca. Non si fida della loro voce perché, avendo sostenuto il Governo Monti, crede di averli traditi. Crede di aver votato provvedimenti che i cittadini non accetteranno mai. Lascia passar la linea di chi ama ricordare un giorno sì e l'altro pure le gesta della 'Gioiosa macchina da guerra'. Teme il ritorno di Berlusconi, la forza di Grillo e la freschezza di Renzi. Come se Bersani, il Partito Democratico, non fosse in grado di fronteggiarli. Come se la lotta al leaderismo fosse pura propaganda. Come se non fosse possibile vincere la politica della prima persona singolare con quella della prima persona e della seconda persona plurale. Come se, rapito dalla bellezza altrui, dimenticasse la propria.

Bersani ha forse dimenticato che il giorno delle primarie in cui è diventato Segretario del partito, si espressero più di 3 milioni di elettori democratici? Un solo anno dopo la sconfitta del 2008. Pochi mesi dopo l'umiliazione delle Europee del 2009. Con un elettorato frastornato. Un elettorato demotivato, ma con una lungimiranza che nessuno ha il coraggio di riconoscere. Con un PD al 26%.

Ha per caso dimenticato che Romano Prodi vinse portando al voto più di 5 milioni di persone? Ha dimenticato, o forse non ha mai saputo, che è l'unico politico in grado di mobilitare allo stesso modo l'elettorato progressista? Che un'affluenza più alta assicura una vittoria al primo turno e che una vittoria al primo turno rappresenta il miglior modo per affrontare la campagna elettorale, per imporre una linea univoca al partito e al Paese?

Bersani sa che vincerà. Se solo lo avesse capito prima avrebbe vinto meglio. Avrebbe dovuto credere nel proprio elettorato. Rendere più vivace la campagna. Riportare alle urne almeno gli elettori del 2009 (senza contare chi nel 2009 era demotivato). E allontanare lo spettro delle infiltrazioni: l'elettorato di centrodestra fa già fatica a votare i propri politici di riferimento.

Vincerà con qualsiasi tipo di affluenza. Un'affluenza che si fermasse a 1,5 milioni di persone permetterebbe una facile vittoria (ma sotto il 50%) e un'ottima prestazione del Presidente di Sinistra Ecologia Libertà (risulterebbe determinante la base del PD e di SEL). Renzi riuscirebbe ad accorciare le distanze solo con un'affluenza in grado di portare al voto più di 1,5 milioni di persone. Mentre con un'affluenza prodiana (magari 5 milioni), Bersani potrebbe avere vita più facile e potrebbe portare a casa la vittoria sin dal primo turno.

Il PD ha paura di vincere. Dopo un decennio di abissi non crede più nelle alture. Ha trasformato la possibilità di voltar pagina col berlusconismo in un affare interno. Non ha saputo coinvolgere gli italiani: ha lasciato l'intero spazio alla narrazione renziana pur di parlare all'elettorato moderato, finendo per mortificare l'elettorato progressista. Ha avuto paura di osare, delle proprie idee, della propria storia. E un partito che non conosce se stesso, non conosce il passato, non comprende il presente e non immagina il futuro. Il 33% non è il tetto da raggiungere per sentirsi a posto con la coscienza, un bastone da usare contro i veltroniani. Il 33% è il punto di partenza per un partito in grado di essere egemone in ogni momento storico e un segretario di partito capace di superare senza troppi intoppi l'ostacolo rottamazione.

Chissà che gli elettori non consegnino al Partito Democratico e a Pierluigi Bersani più fiducia di quanta ne abbiano ricevuta.

Friday, November 9, 2012

'Italia Bene Comune' vincerebbe anche con una soglia al 42,5%


Il fallo da ultimo uomo non servirà a nulla. Il tentativo di fermare il volere degli italiani nemmeno.
L'ingordigia dell'Unione di Centro non renderà ulteriormente instabile il Paese. Incrinerà quel dialogo tra forze progressiste e popolari di cui il Paese aveva, ha e avrà bisogno nei prossimi mesi, tornando ad esasperare gli animi, tornando a svilire il nome della nostra malandata democrazia.

Detto ciò, si tratta solo di uno sgarbo, uno sgambetto, un maldestro tentativo che non cambierà le sorti della prossima tornata elettorale. La ricomposta Casa delle Libertà prenderà l'ennesima e definitiva tranvata del quinquennio, mentre il 5 Stelle già si prepara a scalciare per diventare l'unica vera 'opposizione'.

Perché 'Italia Bene Comune' raggiungerà e supererà il 42,5% senza problemi, visto e considerato che:
- nel 1996 ha superato il 42% con 15 milioni e 700 mila voti (nonostante le profonde divisioni)
- nel 2001 ha superato il 43% con 16 milioni di voti e con più di un partito fuori dalla coalizione (più di 10 punti persi per strada)
- nel 2006 ha sfiorato il 50%, superando i 19 milioni di voti (con 2,5 punti in più del previsto giunti in soccorso dall'Udeur e dai Liberaldemocratici di Dini)
- nel 2008 ha totalizzato il 37,5% con 13.700.000 voti (+ il 3% della SA e l'1% del PS), nonostante il calo dell'affluenza di circa 3 punti - tutta di centrosinistra - rispetto a due anni prima.

'Italia Bene Comune' deve semplicemente accendere la campagna elettorale, mobilitare più che può il proprio elettorato (più fiducioso rispetto a quanto si possa credere) e ritornare a superare i 15 milioni di voti. Ha bisogno di tutte le proprie componenti (liberalsocialista, liberaldemocratica, socialdemocratica, ecologista, etc.) per ripetere l'exploit delle amministrative del 2011 (60% con centrosinistra compatto), delle amministrative del 2012 (più del 50% nonostante la presenza del 5 Stelle) e, soprattutto, della imponente mobilitazione avvenuta con i referendum sui beni comuni.

La coalizione messa in piedi da Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà e Partito Socialista è in divenire e potenzialmente dirompente. Può già contare sul 37% circa dei consensi e, visto il trend in costante crescita, restasse immutata nella composizione, raggiungerebbe il 40% senza alcun problema. Questo perché l'effetto 'voto utile' sta colpendo in maniera impressionante tutte le forze poste alla destra del Partito Democratico e alla sinistra di Sinistra Ecologia Libertà: l'Unione di Centro è crollata dall'8% al 5%, l'Alleanza per l'Italia è attualmente non pervenuta, l'Italia dei Valori va pressocché estinguendosi (più di un sondaggio tende a darla sotto la soglia del 4%), la Federazione della Sinistra rischia di tornare sotto il 2%, i Radicali hanno subito un forte ridimensionamento (rilevati molte volte sotto l'1%), mentre la Federazione dei Verdi è inchiodata sugli stessi decimali.

Una cosa è certa: i partiti che non avranno la possibilità di contribuire in maniera diretta alla crescita di 'Italia Bene Comune', saranno costretti a cedere parti consistenti del proprio elettorato. Il PD da una parte e SEL dall'altra coprono quasi del tutto l'intera offerta politica (grillismo a parte), ed è proprio per questo motivo che non ci sarà spazio alcuno per tutte quelle forze non in grado di proporre stabilità, coesione e un'alternativa forte e di governo. Ecco perché la posizione assunta dal partito di Casini è alquanto miope e a tratti suicida.

Alle prossime elezioni politiche andrà a votare gente motivata e coinvolta. L'elettore privato dell'utilità del proprio voto resterà a casa come è ovvio che sia. Saranno ben pochi i cittadini che, chiamati a votare per il pareggio, per il governo tecnico o per puro ostruzionismo, risponderanno positivamente. Finito il bipolarismo, finito Berlusconi, finita la contrapposizione ideologica, finirà la dirompente mobilitazione popolare che ha contraddistinto gli ultimi vent'anni. Ci sarà un ulteriore vistoso calo dell'affluenza (che si attesterà tra il 75% e l'80%) e vincerà chi più avrà saputo tener viva la speranza di cambiamento nel proprio elettorato.

Lo scenario politico ha assunto una forma che potrà mutare solo nel lungo periodo. 'Italia Bene Comune' ha il semplice compito di richiamare all'armi l'elettorato più fedele in nome del completamento dell'opera: la vittoria sul berlusconismo. Ha la possibilità di riportare a casa chi oggi gonfia il Movimento Cinque Stelle, l'Italia dei Valori, la Federazione della Sinistra, la Federazione dei Verdi e il popolo degli astenuti attraverso la creazione di una lista con a capo, ad esempio, Luigi De Magistris. E potrà erodere consensi alle forze di centro attraverso la creazione di una lista capeggiata (un nome su tutti) da Bruno Tabacci. Potenzialmente più di 10 punti percentuali.

Insomma, Casini ha 'usato' il moribondo PdL e la malandata Lega Nord. Con l'emendamento D'Alia-Rutelli, l'Unione di Centro ha semplicemente, e forse legittimamente, cercato di assicurarsi altri cinque anni di governo. E, se da un lato ha sperato che la soglia del 42,5% non venisse raggiunta (Monti Bis), dall'altro ha sperato di costringere 'Italia Bene Comune' a sottoscrivere un patto formale, in quanto unico modo per  poterla raggiungere.

La Prima Repubblica non è ancora finita e la Democrazia Cristiana è più viva che mai. 'Italia Bene Comune' ha dalla sua la possibilità di infliggerle il definitivo colpo del K.O.



Luigi De Michele

 

Saturday, October 27, 2012

Il Partito Democratico vale quanto PdL, Lega, FLI, UdC e La Destra messi assieme


Gli ultimi sondaggi sono schiaccianti: la vecchia Casa delle Libertà non esiste più. I numeri sono impressionanti. Ciò che più preoccupa è l'irreversibilità di tale processo. In poco più di quattro anni si è passati dal 55% al 30% circa dei consensi.

Il Popolo della Libertà ha perso oltre 20 punti passando dal 37% al 15%, la Lega Nord ha dimezzato i suoi consensi (tornando al 4% e rischiando di non superare lo sbarramento), Futuro e Libertà per l'Italia naviga tra il 2,5% e il 3%, La Destra si mantiene più o meno sui livelli del 2008 (2%), mentre l'UdC ha preso a perdere nuovamente consensi una volta abbandonata l'ipotesi di alleanza con il Partito Democratico (5,5%). Dati quantomeno imbarazzanti.

Il centrodestra rischia un'ecatombe elettorale. La 'storia' dei moderati è una vecchia favola a cui non crede più nessuno e che, certamente, non accattiva l'elettorato più giovane e maggiormente scolarizzato. È pressocché impossibile riuscire a riunire sotto la stessa bandiera forze populiste ed antieuropeiste come Lega Nord, La Destra e PdL a forze europeiste e montiane come FLI e UdC.

L'unità tra forze politiche così differenti e con elettorati così distanti è un'illusione. La politica non si fa sommando il numero degli elettori, ma pesando i programmi e tenendo sempre a mente la natura del proprio elettorato. Ne verrebbe fuori un mostro in stile Unione 2006. Quasi sicuramente peggio. Da un lato l'elettore leghista stanco delle alleanze con Berlusconi, che scapperebbe verso Grillo e, dall'altro, l'elettore udiccino stanco della Lega che preferirebbe il Partito Democratico (per non parlare dei rapporti FLI-PdL e FLI-La Destra).

I 'moderati' hanno davanti a sé tre strade:
- seguire la linea Santanché, Storace, Maroni per contrastare Grillo
- seguire la linea del PPE e di Monti per reinventarsi europeisti, responsabili e, soprattutto, moderati  
- continuare a seguire la linea di sempre per non perdere l'elettorato di sempre

Non c'è via d'uscita: o un partito/coalizione neofascista-pirata, o un partito/coalizione popolare o un partito/coalizione vecchio stampo dall'aspetto plurale.

Ogni candidato alle primarie del Popolo della Liberta rappresenterà almeno una di queste tre strade da percorrere e non è detto che gli sconfitti accettino di percorrere quella del vincitore.

La destra ha bisogno di rifondarsi. Non può essere liberale, socialista, democristiana, neofascista, meridionalista e leghista allo stesso tempo. Necessita un rinnovamento totale della classe dirigente, un nuovo indirizzo unitario e stabile. Necessita maggior democrazia interna, deve allargare il computo delle fasce di popolazione da rappresentare e parlare un nuovo linguaggio, con una nuova narrazione.

La destra italiana è all'anno zero e, anche riuscisse a rimanere a galla a questo giro, perderà senza ombra di dubbio le prossime elezioni, rischiando di perderle anche cinque anni dopo, qualora non fosse in grado di dare un forte sterzata. Deve guardare negli occhi, affrontare e sconfiggere lo spettro del berlusconismo. Deve rimboccarsi le maniche, crescere, vaccinarsi e tornare a fare una politica schiava dei programmi e non degli slogan elettorali, nè della persuasione figlia della paura, nè tantomeno della scissione degli elettori in buoni e cattivi. Deve rimettere al centro i principi liberali che la contraddistinguono e allontanare le sirene sudamericane e/o del sud-est asiatico.

Una delle più grandi necessità che ha oggi il nostro malandato Paese è quella di avere una destra liberale e popolare. Chissà che non se siano accorti solo a sinistra.


Luigi De Michele

Thursday, October 25, 2012

‘Italia Bene Comune’ ha la maggioranza assoluta con tutte le leggi elettorali




 La neonata coalizione di centrosinistra ha la maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati: vincerebbe le elezioni sia con il Porcellum, sia con il modello francese, che con il proporzionale.

I numeri ci sono tutti. Il Partito Democratico è sul 30%, mentre la sua coalizione non dovrebbe mancare la fatidica soglia del 40% (Sinistra Ecologia Liberta 5%, Partito Socialista 2%). ‘Italia Bene Comune’, fatta una semplice simulazione con i dati a nostra disposizione, porterebbe a casa 251 seggi che, con il premio del 12,5%, diventerebbero 330 circa.

Come se non bastasse, lo scenario va sempre più delineandosi e, la nascita di una nuova e chiara offerta politica abbinata all’esclusione di forze un tempo amiche (Italia dei Valori, Radicali, Verdi e Federazione della Sinistra), hanno avviato quelle dinamiche che favoriscono la polarizzazione del voto, hanno riportato alla luce quell’elettorato tentato dall’astensione e avviato il classico effetto del voto utile.

‘Italia Bene Comune’ ha davanti a sé praterie immense: la possibile esclusione dal parlamento dell’IdV (che, non superando la soglia del 5%, aumenterebbe il numero di seggi di chi, invece, la supera) e la nascita di un nuovo soggetto politico a sinistra del Partito Democratico (De Magistris?), pronto ad intercettare l’elettorato tentato dal Movimento 5 Stelle nonché dalle forze escluse dalla coalizione, metterebbero al sicuro la vittoria e la stabilità dell’esecutivo chiamato a governare il Paese.

Ciò che più impressiona è che le dinamiche interne al centrodestra berlusconiano sembrano favorire ulteriormente Bersani & co. La nuova Forza Italia e la nuova Alleanza Nazionale rischiano la prima di non superare il 15% e la seconda di non superare lo sbarramento di coalizione al 4% (e lo stesso ragionamento vale per la Lega Nord). In questo modo, con AN, LN e IdV fuori dal parlamento e con FI su percentuali modeste, si potrebbe registrare una maggioranza di centrosinistra dalle dimensioni importanti.

Sarà cruciale capire il ruolo che giocheranno le forze centriste e come queste si posizioneranno. Sarà cruciale capire chi, in caso di 'rassemblement', resterà fuori dai giochi (es. La Destra, AN, Lega vs UdC, FLI e Monti) e chi soffrirà o gioverà del voto utile.

Una cosa è certa: più si frammenta l’offerta a destra, meno possibilità ci sono di superare lo sbarramento e meno partiti superano lo sbarramento, più il partito e la coalizione vincenti si aggiudicano i seggi necessari per governare.
 
Detto in parole povere, lo scontro tra forze moderate e forze progressiste si giocherà anche e soprattutto sul piano della ricomposizione dell’area di riferimento e sulla capacità da parte dello schieramento di non lasciar fuggire elettori verso il Movimento Cinque Stelle. È proprio questo il punto di forza del centrosinistra.

Ad oggi, a sei mesi dalle Elezioni Politiche, sembra che il centrosinistra sia riuscito ad arginare in un certo qual modo l’emorragia di voti, mentre il centrodestra subisce un lento svuotamento, lasciandosi dettare l’agenda da Beppe Grillo.

È la nuova politica italiana che prende forma prima del Big Day. Il giorno del giudizio a trent’anni di berlusconismo. Il giorno della vera fine della Prima Repubblica.


Luigi De Michele 


Friday, February 24, 2012

Pisanu, Casini e Veltroni: il Partito della Nazione


La destra italiana cerca di ricompattarsi, la sinistra prova a dividersi. La trama riparte con gli stessi presupposti che avevano portato il paese al quasi default: la proiezione delle mancanze della destra sulle mancanze della sinistra. Il tessitore resta sempre lo stesso, il masochismo pure.

I sondaggi sono implacabili e la disaffezione che attanaglia i due più grandi partiti si allarga a macchia d'olio. Il partito del Cavaliere, infatti, stenta a superare il 20% e sembra ai più una riedizione della vecchia Forza Italia. I malpancisti al suo interno aumentano quanto la voglia degli ex uomini di Fini di tornare alla cara vecchia An. In virtù di questo ridimensionamento, risulta alquanto inappropriata la scelta di sponsorizzare, per la prima volta dopo settimane, il Governo Monti e ancor più il Professore stesso.



Cosa nota a tutti è che l'elettorato pidiellino è stato svezzato al sospetto nei confronti dei "ribaltonisti-antidemocratici" e non sarà facile smantellare i frame costruiti faticosamente in questi vent'anni. Gli italiani hanno la memoria corta, ma la legge Milleriana delle 7 unità riguarda, per fortuna, anche loro. Ora, la verità è che la realtà è impietosa e 8 italiani su 10, ormai, attribuiscono l'attuale situazione di disagio economico alle mancanze di chi ha governato in tutti questi anni e, sembrerà strano, più saranno costretti a tirare la cinghia, più mostreranno insofferenza nei confronti degli esecutivi berlusconiani.

Va da sé che, la mossa sembra l'ultima possibilità di poter tornare a dettare l'agenda politica italiana prima delle amministrative. Queste, ad oggi, sono un crocevia per il destino del Pdl, un partito che ha urgente bisogno di riposizionarsi all'interno dello scacchiere politico italiano. Senza più un'anima, una guida, una narrazione. Un baule pregno di ricordi che cozzano con la realtà odierna. Una foto che stride con l'attuale umore degli italiani.

Dallo sdoppiamento del partito in popolari e aennini, passando per l'allargamento all'Udc, fino alla Grande Coalizione nel 2013 con "i nemici" e con a capo "il banchiere", s'intravede la stessa confusione e la stessa voglia di Partito Popolare Europeo che aleggia periodicamente nel Pd.

Le componenti più centrali dell'emiciclo della Camera dei Deputati, quelle che mantengono in vita l'attuale esecutivo, sembrano accomunate dallo stesso destino: un filo che sembrerebbe accomunare l'area più popolare del Pdl, Udc e Pd. Da Scajola e Pisanu fino a Veltroni e Fioroni passando per Casini e Rutelli.

Stando ai numeri, con questo scenario, lo smembramento del Pdl comporterebbe la nascita (con sversamento di voti da sud) di un partito da inserire nella tradizione della destra sociale, che annetterebbe La Destra di Storace e che varrebbe quanto il defunto Msi. A nord ci sarebbero perdite verso la Lega mentre la restante parte arricchirebbe un ipotetico Partito della Nazione. Per quanto riguarda il Pd le perdite sarebbero inferiori e forse salutari. Per ogni voto in uscita ne entrerebbe almeno un altro dal versante sinistro e si potrebbe costituire un soggetto sotto il segno del Partito Socialista Europeo oltre che un altro post-comunista. Una ricomposizione dello scenario della Prima Repubblica in salsa europea, insomma.


La destra italiana cerca di ricompattarsi, la sinistra prova a dividersi. Potrebbero finire per ritrovarsi.


di Luigi De Michele

Friday, February 17, 2012

Mediasondaggio Italia: Il Partito Democratico vale quanto l'intero centrodestra. Il Nuovo Ulivo si conferma con un +16%

Mediasondaggio
Media dei valori dei sondaggi non commissionati da partiti politici. La Media tiene conto del trend delle singole rilevazioni delle case sondaggistiche, dei Cawi a nostra disposizione, dei dati Google Insight & Google Trends, delle ultime tornate elettorali nazionali, europee ed amministrative oltre che delle caratteristiche del fenomeno dell'astensione negli ultimissimi anni.


  
Partito Democratico: 30% (=)
Popolo della Libertà: 21% (-0,5%)
Italia dei Valori: 7,5% (-0,5%)
Sinistra Ecologia Libertà: 7,5% (=)
Unione di Centro: 7,5% (=)
Lega Nord: 7% (+0,5%)
Futuro e Libertà per l’Italia: 6% (+0,5%)
Movimento 5 Stelle: 5% (+1%)
Federazione della Sinistra: 2,5% (+o,5%)
La Destra: 1% (-0,5%)
Federazione dei Verdi: 1% (=)
Alleanza per l’Italia: 0,7% (-0,1%)
Movimento per le Autonomie: 0,7% (=)
Partito Socialista Italiano: 0,7% (=)
Radicali: 0,7% (+0,2%)

Altri: 1,2%



Scenario 1
Centrodestra (Pdl-Lega-La Destra): 29% (-0,5%)
Terzo Polo (Udc-Fli-Mpa-Api): 14,9% (+0,4%)
Centrosinistra (Pd-Sel-Idv): 45% (-0,5%)

Scenario 2
Centrodestra (Pdl-Lega-La Destra): 29% (-0,5%)
Terzo Polo (Udc-Fli-Mpa-Api): 14,9% (+0,4%)
Centrosinistra (Pd-Sel-Idv-Radicali-Psi-Verdi): 47,4% (-0,3%)

Scenario 3
Centrodestra (Pdl-Lega-La Destra): 29% (-0,5%)
Terzo Polo (Udc-Fli-Mpa-Api): 14,9% (+0,4%)
Centrosinistra (Pd-Sel-Idv-Federazione della Sinistra-Radicali-Psi-Verdi): 49,9% (+0,2%)