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Saturday, November 24, 2012

Se vince la Meloni, vince Bersani




Editoriale di Luigi De Michele

Se Giorgia Meloni vincesse le Primarie, Pierluigi Bersani diverrebbe Presidente del Consiglio. Con le sue posizioni anti-imperialiste, anti-europeiste, post-fasciste, populiste e demagogiche, spaccherebbe il Popolo della Libertà, lascerebbe fuggire i 'moderati', i 'liberali' e i 'liberal-socialisti' e rivoluzionerebbe lo scenario politico italiano. Giorgia Meloni è il cavallo di Troia della destra italiana. Rappresenta il Grand Finale dell'ultimo capitolo della saga berlusconiana. Il più grande regalo al progetto bersaniano di costruzione di un patto tra moderati e progressisti.

Giorgia Meloni è la Marine Le Pen italiana. Sposterebbe ancor più a destra il Popolo della Libertà. Lo renderebbe un nuovo Movimento Sociale Italiano. Un nuovo Front Nationale. Una nuova Alleanza Nazionale. Il più grande pacco regalo sotto l'albero di Natale del centrosinistra. La più grande sciagura per le forze del centrodestra moderato, che ancora sperano nel PDL e che si vedrebbero costrette a guardare a sinistra. La morte del Monti Bis, insomma. La fine dei progetti di Casini e Montezemolo. La fine dell'egemonia delle forze di centrodestra in Italia.

La Meloni si ritroverebbe a rappresentare un partito con a carico circa la metà dei consensi rispetto a quelli in dote all'attuale Popolo della Libertà. Si isolerebbe del tutto dalla vita politico-istituzionale italiana e consegnerebbe le forze liberali di centro nelle mani di 'Italia Bene Comune'. È quanto di peggio possa capitare al partito di Silvio Berlusconi. Un Cavaliere che non sa come uscirne. Vittima com'è dei ricatti dei suoi cortigiani. Un Cavaliere che, così come Bondi, ha capito da un pezzo il rischio che il partito corre: una condanna all'isolamento. Il suo, prima di quello del partito.

Giorgia Meloni rappresenta l'elemento di rottura, la discontinuità con il suo mondo, la fine del sogno liberale e di ogni pretesa di collocazione nel futuro mondo moderato. Rappresenta la fine del suo padrone. L'inizio di una nuova, amara, era. Era da cui potrebbe venir fuori più di un partito. Uno post-fascista, uno liberale e uno moderato che molto presumibilmente confluirebbe nella 'Lista per l'Italia'.

Berlusconi ha capito da tempo che non può più continuare con il suo assetto anti-europeista, anti-tedesco ed anti-euro. Ogni passo fatto in questa direzione significa morire politicamente. Significa perdere il poco che è rimasto della sua creatura. Significa perdere rilevanza dal punto di vista politico. Significa non poter contrattare per le tante vicissitudini che lo riguardano e che riguardano i suoi fedelissimi. Significa vedersi ritorcere contro in modo deifinitivo le sue disavventure. Zero grazia, zero salvacondotti. Significa troppe, troppe cose. Troppe a tal punto che non sa più come agire. Crede scioccamente che questa sia l'unica via da seguire per non perdere ulteriori consensi.

Insomma, Berlusconi farebbe bene a scongiurare le Primarie. Farebbe bene a tirar fuori il più celermente possibile il suo dinosauro dal cilindro. Ha ancora dalla sua un partito che naviga attorno al 15% e che potrebbe pur sempre recuperare quei 4-5 punti utili a ridiventare il secondo partito italiano. Ne va della sua carriera, della sua forza economica, della sua grandeur e a tratti della sua salute.

Sempre che sia ancora in sé. Sempre che abbia accanto gente che ha ancora a cuore il suo futuro e il futuro del suo partito. Sempre che non sia rimasto intrappolato in una vasca di squali. Gli squali che ha cibato per anni e che in mancanza di cibo, tendono a cibarsi del padrone. Sarebbe una beffa. La più grande delle beffe: quella di mettere al mondo figli ingrati a tal punto di perir per loro mano.

Mai fine fu più triste di chi si circonda della gente nel nome della convenienza.

Thursday, November 22, 2012

Bersani può vincere al primo turno




Editoriale di Luigi De Michele

Il Partito Democratico ha l'autostima sotto i tacchi. I tacchi di Silvio Berlusconi. Se solo riuscisse a conoscere se stesso, a ricostruire la propria personalità e a capire il proprio potenziale, non sentirebbe la necessità di fondare la propria strategia sul mantenimento del 'Porcellum', non temerebbe la candidatura di Matteo Renzi, eviterebbe di vivere le primarie come angoscia persecutoria. Vivrebbe della propria unicità. Godrebbe dei propri tratti distintivi. Imporrebbe la propria visione. Non avrebbe paura di ciò che è destinato a diventare.

Perché il Partito Democratico è l'unico partito italiano. Ha un'organizzazione tale da far rabbrividire qualsiasi altro partito europeo, un radicamento sul territorio senza eguali nel Paese, una memoria collettiva che rappresenta un'inestimabile ricchezza. È tutt'ora l'unico partito italiano ad avere una vera democrazia interna, capace di eleggere il Segretario con le primarie di partito, di proporre primarie interne per l'elezione dei deputati e dei senatori, di opporsi alla politica facile, al populismo, alla demagogia e, quindi, al facile consenso.

Eppur qualcosa non va. Il Partito Democratico ha paura della sua più grande ricchezza: gli elettori. Sente di avere la coscienza sporca. Non si fida della loro voce perché, avendo sostenuto il Governo Monti, crede di averli traditi. Crede di aver votato provvedimenti che i cittadini non accetteranno mai. Lascia passar la linea di chi ama ricordare un giorno sì e l'altro pure le gesta della 'Gioiosa macchina da guerra'. Teme il ritorno di Berlusconi, la forza di Grillo e la freschezza di Renzi. Come se Bersani, il Partito Democratico, non fosse in grado di fronteggiarli. Come se la lotta al leaderismo fosse pura propaganda. Come se non fosse possibile vincere la politica della prima persona singolare con quella della prima persona e della seconda persona plurale. Come se, rapito dalla bellezza altrui, dimenticasse la propria.

Bersani ha forse dimenticato che il giorno delle primarie in cui è diventato Segretario del partito, si espressero più di 3 milioni di elettori democratici? Un solo anno dopo la sconfitta del 2008. Pochi mesi dopo l'umiliazione delle Europee del 2009. Con un elettorato frastornato. Un elettorato demotivato, ma con una lungimiranza che nessuno ha il coraggio di riconoscere. Con un PD al 26%.

Ha per caso dimenticato che Romano Prodi vinse portando al voto più di 5 milioni di persone? Ha dimenticato, o forse non ha mai saputo, che è l'unico politico in grado di mobilitare allo stesso modo l'elettorato progressista? Che un'affluenza più alta assicura una vittoria al primo turno e che una vittoria al primo turno rappresenta il miglior modo per affrontare la campagna elettorale, per imporre una linea univoca al partito e al Paese?

Bersani sa che vincerà. Se solo lo avesse capito prima avrebbe vinto meglio. Avrebbe dovuto credere nel proprio elettorato. Rendere più vivace la campagna. Riportare alle urne almeno gli elettori del 2009 (senza contare chi nel 2009 era demotivato). E allontanare lo spettro delle infiltrazioni: l'elettorato di centrodestra fa già fatica a votare i propri politici di riferimento.

Vincerà con qualsiasi tipo di affluenza. Un'affluenza che si fermasse a 1,5 milioni di persone permetterebbe una facile vittoria (ma sotto il 50%) e un'ottima prestazione del Presidente di Sinistra Ecologia Libertà (risulterebbe determinante la base del PD e di SEL). Renzi riuscirebbe ad accorciare le distanze solo con un'affluenza in grado di portare al voto più di 1,5 milioni di persone. Mentre con un'affluenza prodiana (magari 5 milioni), Bersani potrebbe avere vita più facile e potrebbe portare a casa la vittoria sin dal primo turno.

Il PD ha paura di vincere. Dopo un decennio di abissi non crede più nelle alture. Ha trasformato la possibilità di voltar pagina col berlusconismo in un affare interno. Non ha saputo coinvolgere gli italiani: ha lasciato l'intero spazio alla narrazione renziana pur di parlare all'elettorato moderato, finendo per mortificare l'elettorato progressista. Ha avuto paura di osare, delle proprie idee, della propria storia. E un partito che non conosce se stesso, non conosce il passato, non comprende il presente e non immagina il futuro. Il 33% non è il tetto da raggiungere per sentirsi a posto con la coscienza, un bastone da usare contro i veltroniani. Il 33% è il punto di partenza per un partito in grado di essere egemone in ogni momento storico e un segretario di partito capace di superare senza troppi intoppi l'ostacolo rottamazione.

Chissà che gli elettori non consegnino al Partito Democratico e a Pierluigi Bersani più fiducia di quanta ne abbiano ricevuta.

Friday, November 9, 2012

'Italia Bene Comune' vincerebbe anche con una soglia al 42,5%


Il fallo da ultimo uomo non servirà a nulla. Il tentativo di fermare il volere degli italiani nemmeno.
L'ingordigia dell'Unione di Centro non renderà ulteriormente instabile il Paese. Incrinerà quel dialogo tra forze progressiste e popolari di cui il Paese aveva, ha e avrà bisogno nei prossimi mesi, tornando ad esasperare gli animi, tornando a svilire il nome della nostra malandata democrazia.

Detto ciò, si tratta solo di uno sgarbo, uno sgambetto, un maldestro tentativo che non cambierà le sorti della prossima tornata elettorale. La ricomposta Casa delle Libertà prenderà l'ennesima e definitiva tranvata del quinquennio, mentre il 5 Stelle già si prepara a scalciare per diventare l'unica vera 'opposizione'.

Perché 'Italia Bene Comune' raggiungerà e supererà il 42,5% senza problemi, visto e considerato che:
- nel 1996 ha superato il 42% con 15 milioni e 700 mila voti (nonostante le profonde divisioni)
- nel 2001 ha superato il 43% con 16 milioni di voti e con più di un partito fuori dalla coalizione (più di 10 punti persi per strada)
- nel 2006 ha sfiorato il 50%, superando i 19 milioni di voti (con 2,5 punti in più del previsto giunti in soccorso dall'Udeur e dai Liberaldemocratici di Dini)
- nel 2008 ha totalizzato il 37,5% con 13.700.000 voti (+ il 3% della SA e l'1% del PS), nonostante il calo dell'affluenza di circa 3 punti - tutta di centrosinistra - rispetto a due anni prima.

'Italia Bene Comune' deve semplicemente accendere la campagna elettorale, mobilitare più che può il proprio elettorato (più fiducioso rispetto a quanto si possa credere) e ritornare a superare i 15 milioni di voti. Ha bisogno di tutte le proprie componenti (liberalsocialista, liberaldemocratica, socialdemocratica, ecologista, etc.) per ripetere l'exploit delle amministrative del 2011 (60% con centrosinistra compatto), delle amministrative del 2012 (più del 50% nonostante la presenza del 5 Stelle) e, soprattutto, della imponente mobilitazione avvenuta con i referendum sui beni comuni.

La coalizione messa in piedi da Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà e Partito Socialista è in divenire e potenzialmente dirompente. Può già contare sul 37% circa dei consensi e, visto il trend in costante crescita, restasse immutata nella composizione, raggiungerebbe il 40% senza alcun problema. Questo perché l'effetto 'voto utile' sta colpendo in maniera impressionante tutte le forze poste alla destra del Partito Democratico e alla sinistra di Sinistra Ecologia Libertà: l'Unione di Centro è crollata dall'8% al 5%, l'Alleanza per l'Italia è attualmente non pervenuta, l'Italia dei Valori va pressocché estinguendosi (più di un sondaggio tende a darla sotto la soglia del 4%), la Federazione della Sinistra rischia di tornare sotto il 2%, i Radicali hanno subito un forte ridimensionamento (rilevati molte volte sotto l'1%), mentre la Federazione dei Verdi è inchiodata sugli stessi decimali.

Una cosa è certa: i partiti che non avranno la possibilità di contribuire in maniera diretta alla crescita di 'Italia Bene Comune', saranno costretti a cedere parti consistenti del proprio elettorato. Il PD da una parte e SEL dall'altra coprono quasi del tutto l'intera offerta politica (grillismo a parte), ed è proprio per questo motivo che non ci sarà spazio alcuno per tutte quelle forze non in grado di proporre stabilità, coesione e un'alternativa forte e di governo. Ecco perché la posizione assunta dal partito di Casini è alquanto miope e a tratti suicida.

Alle prossime elezioni politiche andrà a votare gente motivata e coinvolta. L'elettore privato dell'utilità del proprio voto resterà a casa come è ovvio che sia. Saranno ben pochi i cittadini che, chiamati a votare per il pareggio, per il governo tecnico o per puro ostruzionismo, risponderanno positivamente. Finito il bipolarismo, finito Berlusconi, finita la contrapposizione ideologica, finirà la dirompente mobilitazione popolare che ha contraddistinto gli ultimi vent'anni. Ci sarà un ulteriore vistoso calo dell'affluenza (che si attesterà tra il 75% e l'80%) e vincerà chi più avrà saputo tener viva la speranza di cambiamento nel proprio elettorato.

Lo scenario politico ha assunto una forma che potrà mutare solo nel lungo periodo. 'Italia Bene Comune' ha il semplice compito di richiamare all'armi l'elettorato più fedele in nome del completamento dell'opera: la vittoria sul berlusconismo. Ha la possibilità di riportare a casa chi oggi gonfia il Movimento Cinque Stelle, l'Italia dei Valori, la Federazione della Sinistra, la Federazione dei Verdi e il popolo degli astenuti attraverso la creazione di una lista con a capo, ad esempio, Luigi De Magistris. E potrà erodere consensi alle forze di centro attraverso la creazione di una lista capeggiata (un nome su tutti) da Bruno Tabacci. Potenzialmente più di 10 punti percentuali.

Insomma, Casini ha 'usato' il moribondo PdL e la malandata Lega Nord. Con l'emendamento D'Alia-Rutelli, l'Unione di Centro ha semplicemente, e forse legittimamente, cercato di assicurarsi altri cinque anni di governo. E, se da un lato ha sperato che la soglia del 42,5% non venisse raggiunta (Monti Bis), dall'altro ha sperato di costringere 'Italia Bene Comune' a sottoscrivere un patto formale, in quanto unico modo per  poterla raggiungere.

La Prima Repubblica non è ancora finita e la Democrazia Cristiana è più viva che mai. 'Italia Bene Comune' ha dalla sua la possibilità di infliggerle il definitivo colpo del K.O.



Luigi De Michele