Sprintrade Network

Friday, December 31, 2010

Sondaggio Spagna: Il Partito Popolare è ben 13 punti sopra il Partito Socialista.


Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano di sinistra Publico sarebbe fortissimo il vantaggio del partito di Mariano Rajoy su quello di Josè Zapatero. Ben 13,2 punti percentuali.

Il sondaggio Publiscopio fotografa in maniera impietosa l’attuale umore degli spagnoli nei confronti del loro Premier e finisce per attestare il PP al 43,2% e il PSOE addirittura al 30%. Il Partito Socialista Spagnolo, infatti, perde ben 13,6 punti rispetto alle politiche del 2008 mentre il Partito Popolare, di contro, ne guadagna ben 3.
A rosicchiare consensi ai socialisti ci sta pensando anche il partito di sinistra Izquierda Unida che portandosi al 7,5% finisce per diventare la terza forza politica del paese. Una sorta di effetto Sinistra Ecologia Libertà in salsa ispanica.
Degno riscontro lo ottengono persino i nazionalisti catalani del CIU e i centristi dell’Upyd che si attestano su cifre attorno al 4,5%.

E’ un periodo drammatico per Zapatero che, stretto nella morsa del centro e della sinistra, appare agli elettori un Primo Ministro che sembra aver perso la bussola e che, nella confusione programmatica più totale,  stile Partito Democratico Italiano, cerca di nascondere l’impronta socialista di un tempo finendo per ammiccare al centro dell’elettorato, con scarsissimi risultati, e col perdere consensi a sinistra.

In tutto questo, si fosse votato oggi, il PP si sarebbe aggiudicato ben 178-182 seggi mentre il PSOE ne avrebbe persi circa 45 rispetto a due anni fa passando a 120-124. Il CIU sarebbe passato dagli attuali 10 a 15 seggi circa mentre l’UPYD avrebbe quintuplicato da 1 a 5 il numero dei deputati.
Un vero è proprio boom invece per la Izquierda Unida che avrebbe raggiunto quota 15 deputati rispetto agli attuali 2.

Thursday, December 30, 2010

Mirafiori, Pomigliano e Melfi: Intervista a Vincenzo De Michele.

Vincenzo De Michele è un operaio metalmeccanico della FIAT di Melfi.
Per cinque giorni a settimana macina da Capurso (Bari) circa 300 chilometri al dì per poter pagare il suo mutuo e mandare avanti la propria famiglia.
Ho deciso di approfittare della sua esperienza di Rappresentante Sindacale dal 1999 al 2010 nella FIOM-CGIL per capirne di più su quello che accade a Melfi, Pomigliano e Mirafiori, partendo con una domanda dall’aspetto alquanto folkoristico.


Si parla tanto di questa fantomatica lettera dei 49 di Pomigliano inviata a Il Giornale. Che opinione ti sei fatto?
Beh! (risata generale), ritengo alquanto bislacco inviare una lettera al più grande produttore di fango dopo le terme Euganee.
Vorrei semplicemente leggere i nomi per sapere di chi si tratta realmente. Si tratta di operai o di quegli stessi impiegati, capi, quadri che hanno permesso la vittoria del Sì?

Sempre attualità, ma questa volta un attimo più seria. Arriviamo al dunque. Cosa ne pensi degli accordi di Pomigliano e Mirafiori?
Sono una vergogna. Lo pensano tutti i lavoratori, compresi quelli che hanno votato, ma hanno paura di perdere il posto di lavoro. Quello di Mirafiori, poi, è addirittura peggiorativo rispetto a quello di Pomigliano.
Sto ancora chiedendomi se la gente sia venuta a conoscenza del fatto che c’è un possibile aumento delle ore lavorative fino a un totale di 11 ore e che di riflesso impedisce nuove assunzioni. La gente sa che tutto questo debilita gravemente la condizione psico-fisica di chi lavora? Angeletti, Bonanni e Marchionne lo sanno che questo smentisce tutto quello che vogliono farci credere?

Qual’è l’aspetto più negativo per il lavoratore?
 Senz’altro l’esclusione dei delegati FIOM dalla NEWCO di Mirafiori in quanto non firmatari dell’accordo. In questo modo, infatti, corriamo il rischio che migliaia di iscritti alla FIOM possano veder negata la propria rappresentanza.
Un’assoluta ingiustizia.

C’è chi ritiene l’investimento da 1 Miliardo di Euro sia alquanto inutile. A tuo parere 1 Miliardo è abbastanza per raggiungere gli standard di produttività brasiliani?
Non è questa la vera questione. Il punto è la tecnologia, il prodotto messo in campo e la sua qualità. La domanda da porre sarebbe: per quale motivo un cittadino dovrebbe preferire l’acquisto di una FIAT Punto a una FORD Fiesta?
Per poter competere occorre presentare modelli altamente competitivi, molto più avanzati tecnologicamente e che vadano nella direzione opposta. La motoristica, per esempio, dove bisognerebbe puntare sulle possibilità che i nuovi carburanti offrono, dovrebbe mutare radicalmente in modo da inserirla in un mercato che vede la FIAT all’età della pietra. L’altra nota raccapricciante è la competizione interna alla fabbrica, che ci porta verso standard cinesi o dell’Europa dell’Est. Inseguire tali modelli significherebbe porre fine al processo Progressista che ha caratterizzato in questi decenni i paesi Occidentali e ritornare agli inizi del ‘900. Competere con chi ha più forza di te (leggasi Cina), usando le sue stesse armi, porta a sconfitta sicura e credo che per combattere la quantità bisognerebbe puntare sulla qualità.

Quali sono i segnali che Marchionne vuole dare? Qual è il suo obiettivo?
Marchionne fa suo l’obiettivo che accomuna tutti i grandi industriali che, consci dell’attuale situazione economica mondiale, mettono in atto, come è sempre stato in casi come questi, una politica fatta di ricatti tesi a tagliare i diritti e a diminuire possibilmente i salari.
Nulla di nuovo insomma.

Quanto la mancanza di una posizione unitaria da parte del PD può determinare una debolezza in quanto a motivazioni e unità tra i lavoratori a fronte delle proposte dell’Amministratore Delegato della FIAT?
Sì. E’ piuttosto grave che il primo partito del Centrosinistra italiano stia quasi giustificando e permettendo questo. Se devo dire la verità, leggendo le ultime dichiarazione degli esponenti del PD, mi sembra di assistere alle dichiarazioni dei membri di Confindustria e, in tutto questo, non vedo più una differenza, che sia una, tra il PD e il PDL.
Un motto del Labour britannico dice più o meno che, dove c’è una difficoltà sociale ci deve essere il Partito Laburista. Nel PD, in questo momento, sono chiusi nella stanza del potere con la nefasta illusione, o pretesa, che i problemi vadano a suonare al campanello del Loft.
Quanti italiani sanno che all’interno della Legge di Stabilità (Finanziaria) non vi è alcun provvedimento in favore dei ceti medio-bassi? E dei lavoratori? Lo sanno che hanno addirittura eliminato la ”utilissima” Social Card? E il PD dov’è?

A proposito di Labour, quali sono le differenze con l’Europa?
A differenza di Germania, Francia e Gran Bretagna tutte le sigle sindacali protestano aspramente contro questo tipo di provvedimenti in maniera unitaria ed, è altresì vero, che non esiste alcun industriale che abbia proposto cose del genere.
In Europa, a differenza dell’Italia, c’è quella unità sindacale che in Italia manca da qualche anno e così facendo il peso del disagio sociale, ricade sulle spalle della CGIL e del povero Napolitano.
Anche in questo l’Italia è un’anomalia.


Torniamo a Melfi. Qual’è la situazione attuale? Quali le prospettive?
Attualmente viviamo un periodo caratterizzato da 1-2 settimane di CIG al mese con le restanti 2 in cui si aumenta la produzione a scapito della salute dei lavoratori, dei conti dell’INPS e della tasca del cittadino. Quindi, se è vero che la situazione non è delle migliori, è altresì vero che non capiamo come mai a fronte delle 2 settimane di CIG si possa poi aumentare la produzione. Un controsenso in cui si potrebbe spalmare l’aumento di produzione nel periodo di Cassa Integrazione e permettere all’operaio di lavorare per più giorni al mese.
Proprio per questo motivo nacque la famosa protesta alla Linea 4, con lo sciopero indetto da TUTTE le sigle sindacali in virtù dell’impossibilità fisica di reggere determinanti ritmi e una così grande mole di lavoro.


In conclusione, cosa ne pensi dell’attuale scenario?
La situazione oggi, per i lavoratori, per usare un termine positivo, è quantomeno disastrosa.
Nonostante possa pur sforzarmi di comprendere le ragioni di tali scelte o prese di posizione, non ritengo comprensibile la posizione di CISL e UIL caratterizzata da un assoluto schiacciamento al volere della FIAT, manco fossero due protesi di Confindustria e che, così facendo, di fatti, abbandonano gli interessi del lavoratore italiano.
Il sindacalista, in quanto tale, pone da sempre al centro della propria attività il metodo della contrattazione, sempre e comunque, e non l’accettazione supina dei ricatti e delle imposizioni.
In Europa, dal dopoguerra, non è esiste alcun sindacato che si sia mai comportato in questa maniera.
E questa è un’altra anomalia tutta italiana.




Luigi De Michele

Wednesday, December 29, 2010

Francia: Strauss-Kahn trionferebbe contro Sarkozy col 60% dei voti.

Sorprendente l’appeal di Strauss-Kahn.
Secondo un sondaggio TNS Sofres Logica per Le Nouvel Observateur, il Direttore del Fondo Monetario Internazionale, nonché ministro socialista e avvocato nato a Neuilly-Sur-Seine, sarebbe il politico Transalpino più gettonato del momento. Sarebbe lui, infatti, il candidato Socialista in grado di battere senza problemi Sarkò e in grado di sopperire alle mancanze della Aubry, di François Hollande e soprattutto della Royal con un pesantissimo 60% al secondo turno.
Nonostante la candidatura non sia assolutamente ufficiale, in Francia parlano di Strauss-Kahn come l’anti-Sarkozy che il PS aspettava da tempo, dopo anni di divisioni e mancanza di uomini forti da presentare nella corsa all’Eliseo.

Quella che segue è una simulazione delle due tornate elettorali presidenziali con i migliori candidati a disposizione del Partito Socialista Francese.




Primo Turno Elettorale


Simulazione con Martine Aubry:
Aubry: 23%
Bayrou: 7%
Sarkozy: 25%
Le Pen: 13%


Simulazione con Ségolène Royal:
Royal: 17%
Bayrou: 8%
Sarkozy: 26%
Le Pen: 14%


Simulazione con Dominique Strauss-Kahn:
Strauss-Kahn: 27%
Bayrou: 6%
Sarkozy: 24%
Le Pen: 13,5%




Secondo Turno


Simulazione con Martine Aubry:
Aubry: 55%
Sarkozy: 45%


Simulazione con Ségolène Royal:
Royal: 52%
Sarkozy: 48%


Simulazione con Dominique Strauss-Kahn:
Strauss-Kahn: 62%
Sarkozy: 38%




Luigi De Michele

Tuesday, December 28, 2010

Germania: Spd, Grunen e Linke sfiorano il 60%


Secondo l’ultimo sondaggio targato FORSA, si fosse votato ieri, i due partiti di sinistra avrebbero sfiorato il 50%, portando questi ad avere la possibilità di raggiungere la maggioranza assoluta al Bundestag.
Dati, questi, di una casa sondaggistica notoriamente di Centrodestra.

Tornando nel dettaglio, vien fuori che i Verdi salgono ulteriormente anche questa settimana, raddoppiando il 10,7% di un anno fa.
Non benissimo, invece, la SPD, che in un anno si migliora di un solo punto mentre, per quanto riguarda la Linke, assistiamo ad un costante apprezzamento, pur se in lieve flessione, attorno al 10%.
La CDU/CSU veleggia ben quattro punti sotto le politiche del 2009 fermandosi al 29% mentre non sembra arrestarsi il declino dei Liberali della FDP di Wersterwelle che passano dal 14,6% del 2009 al 5% di fine 2010.

Facendo due semplici conti vien fuori un’alleanza SPD+GRUNEN al 48% e l’alleanza CDU/CSU+FDP al 34%.
Ad oggi, l’opposizione tedesca,  Linke inclusa, sfiora il 60% nel paese.

Monday, December 27, 2010

Su Belpietro iniziano a circolare strane storie...

Un omaggio a questa Perla.


Girano strane voci a proposito di Belpietro. Non so se abbiano fondamento, se si tratti di invenzioni oppure, peggio, di trappole per trarci in inganno. Se mi limito a riferirle è perché alcune persone di cui ho accertato identità e professione si sono rivolte a me assicurandomi la veridicità di quanto raccontato e, in alcuni casi, dicendosi addirittura pronte a testimoniare di fronte alle autorità competenti. Toccherà quindi ad altri accertare i fatti.
La prima storia è ambientata a Milano, anzi, per la precisione nella zona di porta Venezia. Qui qualcuno avrebbe progettato un brutto scherzo contro il direttore di Libero.

Non so se sia giusto parlare di attentato, sta di fatto che c’è chi vorrebbe colpirlo e per questo si sarebbe rivolto a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200 mila euro. Secondo la persona che mi ha fatto la soffiata, nel prezzo sarebbe compreso il silenzio sui mandanti, ma anche l’impegno di attribuire l’organizzazione dell’agguato ad ambienti vicini ai centri sociali, così da far ricadere la colpa sulla sinistra.
Per quel che ne ho capito, l’operazione punterebbe al ferimento di Belpietro e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito. Vero, falso? Non lo so. Chi mi ha spifferato il piano non pareva matto. Anzi, apparentemente sembrava un tizio con tutti i venerdì a posto: buona famiglia, discreta situazione economica, sufficiente proprietà di linguaggio. In cambio dell’informazione non mi ha chiesto nulla, se non di liberarsi la coscienza e poi tornare da dov’era venuto.
Perché si è rivolto a me e non è andato dai carabinieri? Gliel’ho chiesto e mi ha risposto che era in imbarazzo a giustificare come fosse venuto in possesso della notizia e temeva che la spiegazione potesse arrivare alle orecchie dei suoi familiari. Per cui ha voluto vuotare il sacco con me facendosi assicurare che non avrei svelato il suo nome, ma mi sarei limitato a riferire le sue parole. È quel che faccio, pronto ad aggiungere qualche altro particolare, se qualcuno me lo chiederà.
La seconda storia invece è ambientata a Bangkok.
Qui lo scorso anno, un tizio uguale in tutto e per tutto a Maurizio Belpietro si sarebbe presentato a un ragazzino che esercita il mestiere più vecchio del mondo. Il suo nome, il numero di telefono al quale contattarlo e le sue fotografie compaiono su un sito in cui decine di gigolò di tutto il Sudest asiatico offrono i loro servigi. Il ragazzo, che giura di essere nipote di un vecchio abbonato a Libero, in cambio delle prestazioni avrebbe ricevuto mille euro in contanti. Tutto ciò lo ha raccontato a me condendo la storia con una serie di altri particolari piccanti e acconsentendo alla videoregistrazione della sua testimonianza. Mitomane? Ricattatore? Altro? Boh!
Perché mi sono deciso a scrivere delle due vicende? Perché se sono vere c’è di che preoccuparsi: non solo qualcuno minaccerebbe l’incolumità del direttore di Libero al fine di alimentare un clima di tensione nel Paese, ma il noto giornalista dopo aver fatto tanto il macho sarebbe inciampato in una vicenda a sfondo erotico peggiore di quelle rimproverate a Marrazzo.
Che un femminiello giri le redazioni distribuendo aneddoti a luci rosse sull’ex caporedattore bresciano di Capital non è bello. Se invece è tutto falso, attentato e gigolò, c’è da domandarsi perché le due storie spuntino pochi giorni dopo il nuovo assetto proprietario della testata di Belpietro. C’è qualcuno che ha interesse a intorbidire le acque, diffamando il direttore di Libero? Oppure si tratta di polpette avvelenate che hanno come obiettivo quello di intaccare la credibilità di Facebook? La risposta non ce l’ho.
Quel che sapevo ve l’ho raccontato e, se richiesto, lo riferirò al magistrato, poi chi avrà titolo giudicherà.



Alessandro Gilioli


La politica e la fiducia nei cittadini.

Ralph Waldo Emerson è considerato il padre del Trascendentalismo.
Pastore della Chiesa Unitariana vide crescere in maniera esponenziale la propria fama in seguito alla stesura di saggi quali “La fiducia in sé stessi”, “L’Oltreanima” e “Destino” tanto da arrivare, in maniera impetuosa, a influenzare e  persino a ispirare, molti decenni dopo, la nascita della Psicologia Umanistica.
Emerson era assolutamente convinto che il pensiero positivo fosse fondamentale per il cambiamento delle persone, che ciò che pensiamo si riflette nella realtà quotidiana e che, soprattutto, quello a cui pensiamo crea il nostro presente e ne determina il futuro. Proprio per questo, egli sosteneva che fossero i nostri pensieri, le nostre azioni e il nostro umore a scrivere le pagine del libro della nostra vita e non il contrario.
L’uomo emersoniano, forte della sua “Superanima” o forza superiore (Nietzsche dovrebbe saperne qualcosa), antepone la comprensione, l’accettazione del mondo e della realtà quotidiana alla fuga o alla ribellione,  cosciente del fatto che per cambiare vita devi cambiare modo di pensare e la qualità dei pensieri.
Fulcro fondamentale del suo pensiero era il Principio di Compensazione ossia quel principio per cui per aiutare se stessi è fondamentale aiutare gli altri e che, viceversa, ci insegna che per aiutare gli altri devi prima aiutare te stesso. Un “do ut des” che diventa esigenza di vita e che possibilmente può divenire “des ut do” (nel caso, perdonatemi la scarsa conoscenza della lingua latina).
Le sue influenze sulla Beat Generation si riscontrarono in particolar modo in Withman e chiaro è il richiamo al concetto di azione ed alla sua carica vitale da anteporre alle lunghe e vuote analisi personali, oltre che alle teorie astratte, dal momento che è sempre possibile correggere e modificare l’azione durante il suo compimento. Il fare affidamento sulla propria unicità, il proprio istinto e quelle che lui chiama le risorse più profonde. La cancellazione di ogni paura quando si agisce e la forza, oltre che la prontezza, di rialzarsi con un sorriso dopo una caduta.
Infiniti furono i consigli sugli sprazzi di vita quotidiana che tutti accomunano. E poco importa se risultano da salotto pomeridiano di Barbara D’Urso quelli che glorificano il ruolo degli amici, quelli vecchi per intenderci, coi quali puoi sempre dimostrare di essere te stesso e grazie ai quali è possibile cominciare a conoscere a fondo la nostra vera personalità e a rivelarci per quello che davvero siamo. Insomma, l’amico è ciò che di più caro esiste e va preservato per sempre. Un inno all’amicizia di natura Puritana. La socializzazione.
Come per Gian Battista Vico, è più che matura in Emerson la consapevolezza dell’assoluta esigenza di valorizzare l’uomo. La consapevolezza che tutti, se messi nelle condizioni più opportune, possono raggiungere vette inimmaginabili.
Un genio che voleva un mondo di geni.

Prendere spunto da una personalità come la sua è alquanto formativo, sia dal punto di vista egoistico-adattativo che da quello dei rapporti interpersonali, più o meno stretti, oltre che nella politica dei politicanti fatta di assenza pressoché totale di fiducia nei confronti della gente comune. La solita storia del popolo bue che non deve sapere e, se deve sapere, deve sapere il futile e il dannoso.
Proprio la politica dovrebbe far tesoro della sua Idea tornando a dialogare con gli elettori non solo durante le campagne elettorali ma ad ascoltarli in tutte le loro vicende, bisogni, paure, proposte e sogni. Passare dall’essere elettori e consumatori ad essere persone, insomma.
Quindi, male farebbe un partito come quello Democratico, qualora decidesse di amputarsi il caratterizzante arto della consultazione popolare delle Primarie (con i cari “Vecchi Amici/Compagni” di Emerson) e grave sarebbe l’imposizione dall’alto di un nuovo leaderismo capace di far passar l’idea antiquata del tanto vituperato e poi rispolverato per convenienza, anche a sinistra, “ghe pensi mi”.
Fiducia in se stessi e fiducia negli altri per valorizzare ed ottenere il meglio alla stregua degli insegnamenti di quel Anthony Robbins così in voga in questi ultimi anni. Fiducia nelle capacità umane che tanto hanno dato al progressismo mondiale e che tanto potrebbero dare al nostro paese. Fiducia che crea partecipazione e riavvicina il cittadino alla politica con la P maiuscola. Fiducia capace di generarne altra per riflesso, o per neuroni specchio, e che tornerebbe al mittente tanto da evitare decisioni impopolari o quanto meno bislacche. Quella fiducia di cui gli italiani necessitano e che attendono ansiosi di poterla ripagare agli eventuali promotori in una spirale di causa-effetto positiva.
Pochi uomini non cambiano un paese e se lo fanno, lo fanno in peggio. Pochi uomini autoproclamatosi portatori dell’ennesima verità che, in quanto ennesima, si rivelerà errata.
Non amo parlare di casta ma, essendo la tentazione troppo forte, mi limito col dire che questa potrebbe continuare a godere degli stessi privilegi, con tanta fiducia popolare in più, se desse una minima parvenza di collaborazione, partecipazione e introspezione sociale agli occhi del cittadino.
La contingenza di crisi economica, politica, morale e spirituale che attanaglia questo funestato paese dovrebbe essere un motivo in più per dare il via a un processo non proprio nuovo ma comunque rodato e capace di coinvolgere l’intera comunità nella proposta di nuove idee e nuove linee guida se non addirittura per risolvere le brutture italiote. La politica che torna ad essere qualcosa che nasce dai cittadini ma che purtroppo finisce solo per morirci. La politica che potrebbe fare un passo indietro e ammettere che così com’è non funziona e che abbisognerebbe del coinvolgimento sociale.
Ci vogliono stupidi? Ci vogliono ignoranti e lontani rispetto alle “loro” faccende?
Immensa è la metafora dei peblei sull’Aventino, ma molto più efficace, visto l’esito di quell’episodio, è quella dell’albero  e del taglio delle sue radici.
Venuta meno parte di queste, viene meno parte dei frutti. Venuta meno parte dei frutti ce ne saranno solo per chi è più forte. Ma, inesorabilmente, venute meno tutte le radici, i frutti vengono meno per tutti e l’albero muore. E a dirla tutta, siccome non si sa mai, spero solo che, in quel giorno che spero lontano, ce ne siano ancora di alberi.
Sperando che Emerson non se l’abbia a male se mi mostro meno positivo di quello che in realtà vorrebbe.








Luigi De Michele

Sunday, December 26, 2010

After Gelmini, idee per una protesta efficace


Il 17 dicembre 2010 avevo scritto un post in cui cercavo di spiegare le ragioni per cui la puntata del giorno prima di Annozero aveva rappresentato una pietra tombale per le possibilità degli studenti di far valere le loro ragioni all’interno della già quasi inesistente dialettica politica sulla legge Gelmini. Leggendo i commenti, mi è stato ripetutamente chiesto di dichiarare quali fossero, secondo me, le modalità attraverso cui sia possibile protestare contro il Governo, contro chi legifera e chi decide, in modo tale da generare una qualche reazione, almeno l’ascolto, da parte del Palazzo. Ci provo.

Parto da un po’ di presupposti.

Prima di tutto: non penso che la violenza sia la soluzione. Molti dei commenti al post di settimana scorsa, invece, inneggiavano all’uso della forza o la giustificavano come unica via possibile per esprimere la rabbia, l’urgenza, anche la disperazione. Vi dico molto serenamente che non sono affatto d’accordo.

Penso, piuttosto, che l’esasperazione violenta sia l’obiettivo che il Governo intende raggiungere per giustificare misure repressive, antidemocratiche, di limitazioni alla libertà individuale e all’aggregazione tra persone per motivi di “sicurezza” e “ordine pubblico”. Meno libertà = più violenza, più violenza = meno libertà. Questo è il meccanismo di controllo dell’opinione pubblica che si intende effettuare. Gasparri ha già ampiamente illustrato questa intenzione parlando di arresti preventivi agli studenti.

Riuscite a immaginare il Ministro La Russa, giovane militante di estrema destra e oggi orgogliosamente fascista, a capo di un movimento d’opinione per il dialogo tra le parti insieme al Ministro Maroni, condannato per via definitiva per resistenza a pubblico ufficiale? Io, francamente, no.

Facciamo mente locale: quanto spazio è stato dato sui media negli ultimi giorni agli scontri di Roma e quanto alle ragioni degli studenti? E negli ultimi due anni, quanto spazio è stato concesso agli oppositori della Riforma per parlare con l’Italia?

Ancora, ragionando in termini percentuali: quanti conoscono la legge Gelmini nella sostanza e quanti no? In quanti si informano da mezzi alternativi alla televisione? E dunque, quanti sono gli italiani che secondo voi hanno costruito la loro opinione tenendo a mente non più di due fotogrammi, ossia le scene della violenza di settimana scorsa e la frase, ripetuta ossessivamente: “La riforma-Gelmini introduce il merito”?

Secondo me sono almeno quattro italiani su cinque. Non ho dati oggettivi e me ne dispiaccio, ma il sistema mediatico italiano lascia poco spazio per ipotesi alternative: esisti solo se sei in televisione. Centinaia di migliaia di persone lavorano, si incontrano, scrivono documenti, fanno opposizione ogni giorno. Per moltissimi italiani tutto questo, semplicemente, non esiste.

Questo non è un invito ad andare tutti in Tv o a piegarsi a questo sistema di formazione dell’opinione, ma a riflettere sul fatto che molti sforzi fatti da molti di noi sono stati inutili, perché non sono conosciuti dalle persone che in teoria dovremmo rappresentare e a cui dovremmo parlare. E dunque dobbiamo cambiare metodi per ottenere i nostri obiettivi, altrimenti sarà tutto vano, anche l’intelligente protesta degli studenti di mercoledì che sono riusciti a isolare i violenti e a ottenere un obiettivo minimo, il dialogo con Napolitano, che però dovrebbe decidere di non firmare la riforma perché quel dialogo abbia un senso.

Non dobbiamo neanche pensare che il Governo non ascolti solo i cittadini, perché non accetta neanche il contribuito dell’opposizione parlamentare. Mentre Obama scopre una nuova stagione del suo mandato mettendo in serie successi bipartisan (ma da lui fortemente voluti), da noi il dialogo tra parti “per il bene del Paese” (frase abusata) non esiste da almeno venti anni. L’unico che ha fatto eccezione, almeno negli ultimi due anni, è stato Gianfranco Fini, che è riuscito a dettare l’agenda per quattro mesi (bloccando il testo sulle intercettazioni, per dirne una) ed è stato sovraesposto mediaticamente nel bene e nel male prima di essere fortemente ridimensionato dalla giornata del 14 dicembre.

Per farsi ascoltare bisogna toccare gli interessi privati dei politici. Le strade per ottenere questo risultato, a mio avviso, sono tre:

- Attacco al potere. I cittadini hanno diritto di voto. E alle urne dovrebbero ricordarsi sempre del potere che hanno (e per questo mi arrabbio sempre con chi non vota). Quando Fini ha minacciato il crollo del Governo Berlusconi, il Premier lo ha ascoltato, eccome. La classe politica italiana probabilmente non ci permette di scegliere tra alternative realmente diverse tra loro e i sistemi per impedire l’accesso al voto dei cittadini sono tanti (liste bloccate, Primarie sempre più in discussione). Non è un caso che sotto elezioni si arrivi persino a pagare i cittadini per l’acquisto di un voto. Anche in quel frangente siamo molto più che ascoltati. È la prova che il nostro potere, se ben gestito è più forte di quello politico perché ne è un prodotto generativo. A tutti quelli che accettano promesse o entrano nel meccanismo del voto di scambio bisognerebbe dire che il loro voto vale molto di più dei cinquanta Euro offerti di solito, del posto di lavoro o delle promesse di campagna elettorale, perché altrimenti non ci farebbero tutte queste offerte. Perché un politico che lavora per l’interesse del Paese ci fa guadagnare molto di più di ciò che riusciremmo ad ottenere vendendo la nostra libertà. I cittadini possono mettersi d’accordo tra loro, decidere insieme e consapevolmente per mettere in soffitta un sistema di potere che non ha colore politico. Ma devono parlarsi. Questa è la base di tutto: perché una protesta funziona dobbiamo prima di tutto parlare coi nostri, poi puntare al Palazzo. Se non convinciamo i nostri pari, i nostri simili, saremo sempre deboli.

- Attacco ai privilegi economici: siamo in una cleptocrazia. I soldi sono il motore dell’azione politica. Basta seguire le parabole dei vari Razzi e Scilipoti di questi giorni. Questo è un dato acquisito e anche tollerato, talvolta coccolato dagli stessi cittadini vicini ai vari potentati locali che sperano che un giorno verrà offerta loro la mammella per ciucciare e mettersi a posto. La cleptocrazia ci rappresenta fedelmente, perché gli italiani non sono affatto diversi in questo: coi soldi si può far tutto, sediamoci e discutiamone. Molti sognano il Parlamento non perché è il luogo da cui si possono cambiare le sorti di un Paese, ma perché “cosi mi sistemo”. Immaginate la politica senza tutto questo giro economico: chi la farebbe? Dato che la classe politica decide però di se stessa, sono pochi gli interstizi in cui infilarsi. Una leva è l’attacco al potere, un’altra è il boicottaggio. È un esercizio pesante, che porta chi lo esercita a doversi privare delle proprie libertà individuali per un periodo di tempo indefinito. Però anche la libertà ha un costo, ce lo dice la storia. Non guardare Mediaset per qualche anno (per fare un esempio) sarà certamente meno doloroso di altri sacrifici che nel mondo sono stati fatti per raggiungere l’emancipazione da sistemi che si ritenevano oppressivi e incapaci di ascoltare.

- Guerriglia comunicativa: la violenza fisica non genera più cambiamento. Il potere è in mano a chi ha i dati. Per questo Wikileaks è così temuto, per questo chi ha i dati sui sistemi di potere pubblico (la politica) non li condivide. I dati, però, non bastano: vanno comunicati, resi fruibili, gradevoli, ascoltabili, condivisibili. Devono essere un’alternativa al Grande Fratello e ai culi in televisione. Devono dare la sensazione che la conoscenza porti a un vantaggio, economico o di benessere individuale. Le tabelle non interessano a nessuno: magari un buon video o la spiegazione didascalica di ciò che entra o esce dalle tasche dei cittadini, o dell’impatto di una misura sulle nostre vite quotidiane, sulle tasse, la vita, i servizi, le relazioni personali, sì. Siamo tutti giornalisti potenziali, tutti possiamo scrivere, tutti possiamo fare lo scoop. Tutti possiamo scrivere su Twitter in tempo reale, tutti possiamo realizzare un video con un cellulare e caricarlo su Youtube, tutti possiamo scrivere un post su un blog. Ovviamente la singola azione non è sufficiente, bisogna farlo tutti insieme. Per farlo bisogna studiare. Per sfidare una corazzata che fa dell’intreccio tra politica, media e formazione dell’opinione pubblica il suo punto di forza, non basta lo spontaneismo, nemmeno quando si ha ragione. Bisogna studiare, bisogna essere inattaccabili, non bisogna mai attaccare la persona ma sempre i suoi contenuti, bisogna delegittimare la classe politica dimostrando l’incapacità di governare e non con gli insulti, perché la diffamazione rende meno autorevole chi la fa, dunque meno ascoltabile, dunque inutile in questo sistema. Costringere il politico alla gaffe, al fuori onda, a dire ciò che pensa davvero (lontano dalle telecamere vere, quindi convinto di essere impunito) è il modo migliore per farlo delegittimare all’istante agli occhi di chi, Berlusconi, non può certamente permettersi alcuna crisi comunicativa che non sia generata da lui e gestita da lui medesimo.

Serve la combinazione di questi tre fattori, serve da tutti e serve tutti i giorni. So che all’apparenza è una missione impossibile, perché spesso la difesa del proprio orticello, la pigrizia e il disincanto (in una parola, l’individualismo) vince sull’idea di comunità, sull’abbraccio tra generazioni, sulla convinzione che crescendo insieme, si cresce tutti. Ma ci dobbiamo provare.

Per chiudere voglio fugare un altro equivoco: serve anche la Piazza. Non più, però, come un luogo di contestazione ma di costruzione, come momento di identificazione, di ascolto collettivo, di apprendimento, di empatia e di condivisione. Quella è l’unica Piazza fa paura alla politica, solo quella piazza può essere ascoltata, solo “una forza tranquilla” (per citare forse la migliore campagna di comunicazione politica della storia) può davvero terrorizzare chi difende lo status quo.

Sono curioso di leggere i vostri commenti (soprattutto se siete riusciti ad arrivare sino in fondo, di questo vi ringrazio in anticipo). E soprattutto sono curioso di sapere se negli ultimi cento anni una protesta violenta del popolo contro lo Stato ha poi portato la democrazia o il miglioramento evidente delle condizioni di vita in quei Paesi dove ciò è accaduto.



Dino Amenduni




La Sinistra che si fa Destra.


La lotta tra Destra e Sinistra è vecchia quanto il mondo.
Sempre la stessa storia.
Con maschere e nomi differenti.
Una divisione epocale riscontrabile nelle diatribe tra democratici ed aristocratici nell’Antica Grecia, tra patrizi e plebei nella Roma Antica e persino tra farisei e sadducei ai tempi di Gesù in Palestina.
Scontri di classe e scontri di idee dove troppo semplicistica è la lettura marxiana delle sovrastrutture funzionali e utile risulta una lettura dettata dalla valutazione delle ambizioni individuali e degli interessi di intere fazioni.
Nel mezzo, trovano terreno fertile, casi isolati ma importanti come quello di Giulio Cesare: un tribuno della plebe di famiglia aristocratica che sotto l’apparente impegno per il popolo coltivava l’ambizione della monarchia.
Cesare, in questo modo, negando la democrazia, si guadagnò i gradi di populista e demagogo opportunista capace di leggere le situazioni per trarne un profitto personale “ma anche” nel nome di Roma.
Cosa alquanto usuale, credeva di dover porre un freno alla litigiosità di un senato completamente patrizio e caratterizzato da infiniti conflitti interni, con una sovranità forte e stabile. Non a caso, vizio mai sconfitto, si considerava un uomo del destino e quindi unto.
La storia è nota e si sa come finì.
La vita di Giulio Cesare è il più lampante esempio di quanto destra e sinistra oggi siano contenitori vuoti, delle divise che chiunque potrebbe indossare. Egli apparteneva a un partito che potremmo definire di sinistra e del quale era l’indiscusso capo fazione. Senza ombra di dubbio fece molto per le plebi romane, "per farle star meglio e partecipare alla grande abbuffata della divisione delle terre strappate ai nemici".
Ma questa politica coloniale potrebbe definirsi di sinistra? Certo che no.
Il tutto, è possibile riproporlo in chiave moderna, dopo che nei secoli è venuto a chiarimento che i poveri, i senza terra, gli operai, i diseredati e gli emarginati, in fondo, non hanno nazionalità e quindi non hanno patria. Il loro interesse è di unirsi sotto un'unica bandiera.
In questa luce, quindi, non può essere considerata di sinistra una politica che miri ad avvantaggiare i poveri di casa propria a danno dei ricchi e dei poveri di un'altra parte del mondo.
Dalla moderna pretesa di esportare la democrazia alla la pretesa di esportare il diritto e l'ordine di Roma, oltre che la sua civiltà.
Per trovare una prima divaricazione politica significativa tra i membri di una stessa società basti guardare alla divisione politica secondo un alto ed un basso, secondo un'ottica che consenta di individuare governanti (dominanti) e governati (dominati). Ciò potrebbe dare ragione all'interpretazione marxista della storia se non fosse che all'interno dei governanti ed all'interno dei governati non si fossero prodotte, da subito, diverse risposte e diverse tattiche ai problemi che via via andavano ponendosi.
La verità, potrebbe essere, insomma, che sia per i dominanti che per i dominati cominciarono a germinare posizioni diverse circa la migliore tattica da seguire per procurarsi vantaggi. E non si parla di strategia a ragion veduta perché da parte dei dominati non si trattava ancora di prevedere una rivoluzione da prepararsi secondo fasi o tappe, ma semplicemente di ottenere vittorie parziali in base a rivendicazioni minimali, oppure abbattere tout court tirannie insopportabili perché giudicate irriformabili.
Allo stesso tempo, dal punto di vista dei dominanti, si trattava semplicemente di scegliere: se impartire punizioni esemplari, appendere i capi della protesta a qualche croce e sterminare i rivoltosi più decisi, oppure di introdurre qualche riforma, accogliere qualche richiesta compatibile con la continuazione del sistema, e poi studiare soluzioni in grado di sfruttare al meglio la nuova situazione.
Non si può parlare di destra e sinistra basandoci su canoni attuali, ma certamente si potrebbe cominciare a parlare di propensione alla ragionevolezza ed alla moderazione da un lato e propensione ad una condotta estremistica dall'altro. Divisioni, dunque, che comincerebbero a tagliare in diversi pezzi la semplicistica e primitiva opposizione tra governanti ricchi e governati poveri dove categorie come estremismo e moderazione non hanno nulla a che vedere sia con i concetti di destra che di sinistra. Definiscono atteggiamento, comportamento ed intenzione possibili sia in campo che nell'altro. Hanno a che fare con la saggezza, l'astuzia, il calcolo politico, ma non determinano l'appartenenza ad una posizione preconcetta; semmai, in misura diversa a seconda delle situazioni, possono concorrere a vincere e a perdere.
Non è scritto da nessuna parte che per vincere bisogna essere moderati, e che estremizzare porta a sconfitta sicura. Nemmeno in democrazia. E forse, soprattutto in democrazia.
Gli esempi storici, purtroppo, non solo non lo escludono, ma a volte lo confermano. I dittatori che sono andati al potere con il consenso popolare sono innumerevoli.
L'opzione per il moderatismo è di tipo etico-morale. Una persona saggia preferisce sempre limitare i danni e quindi il numero di morti e feriti, anche in campo avverso. Una persona veramente saggia non ama la rissa e la calunnia, preferisce un clima di confronto amichevole pur sapendo che esso può favorire l'ipocrisia, la menzogna, l'inganno o l'illusione. Una persona saggia, infatti, sa che menzogna, inganno ed illusione prevalogono più facilmente in un clima di rissa isterica.

Destra e sinistra, quindi, sono antagonismi della politica che vengono pienamente alla luce solo dopo la Rivoluzione francese.
Dalla condanna alla schiavitù di Teofrasto al profetismo di sinistra di Amos, pioniere della teologia della liberazione con il quale comincia a suonare la tromba del dissenso e della critica ai potenti.
Dalla contrapposizione tra civitas dei e città dell'uomo sulla giustizia sociale di S. Agostino a Kant, insomma, secondo cui siamo tutti uguali e che dobbiamo uscire dallo stato di minorità usando la ragione. E tuttavia la ragione è nulla senza una cultura ed un'istruzione.
La vera sinistra si propone certamente un superamento delle diseguaglianze più clamorose, quelle economiche, ma soprattutto si propone di eliminare l'ingiustizia in campo educativo, la discriminazione di casta nell'ambito della formazione culturale e professionale. Discriminazione che non si può abbattere solo con proclami astratti e la retorica dei meritevoli, ma con una scuola concreta, una scuola che porti tutti sullo stesso piano di partenza.
Utopia.
Questa è la sinistra vera.
Non può non essere “un poco” utopica. 

Saturday, December 25, 2010

La Tv Violenta e i Bambini.


La TV è stata sempre considerata un mezzo per svagarsi, divertirsi e rilassarsi.
Questo modo di intenderla ci ha indotti a considerarla neutrale e innocua oltre che portatrice di una realtà incontestabile.
La TV in sé non può essere né buona né cattiva, trattandosi di un insieme di circuiti elettronici.
Diventa “cattiva” nel momento in cui i suoi programmi risultano di scarsa qualità, diseducativi e con aspetti nefasti, come ad esempio la violenza, la mercificazione del corpo femminile e l’inganno degli spot pubblicitari.
L’influenza deleteria della televisione è stata tuttavia messa in evidenza da numerosi studi.
Dopo tanti anni essa non è apparsa più soltanto come un mezzo tecnologico che permette di svagarsi, ma si è cominciati a percepirne la negatività e gli effetti nocivi sempre più dirompenti.
La TV esercita i suoi effetti negativi soprattutto sulle persone più deboli: i vecchi e i bambini.
Secondo Neil Postman la televisione può persino cancellare l’infanzia, sopprimendo il mondo creativo e spontaneo del bambino.
E’ ben noto che il bambino in età prescolare possiede capacità creative e immaginative ricchissime.
La possibilità di esprimere tali capacità è fondamentale affinché egli possa crescere socialmente, emotivamente e intellettualmente. La sua immaginazione deve correre libera, senza trovare limitazioni né blocchi dovuti a traumi psichici o ai programmi della televisione. Molti bambini di oggi trovano nella TV l’unica fonte di svago e di divertimento.
I fanciulli che vivono negli appartamenti non hanno modo di sperimentare un contatto stretto e frequente con la natura: non possono correre in un prato, non possono giocare con la terra, con i sassi, con le piante o con l’erba. Non possono dunque sperimentare quel contatto creativo con il mondo reale a cui appartengono.
Numerose ricerche americane hanno dimostrato che la TV inibisce la creatività ponendo limiti all’immaginazione. Sui bambini al di sotto dei cinque anni ha l’effetto di intralciare le capacità verbali.
La TV indebolisce la personalità del bambino in quanto lo pone all’interno di una realtà inesistente e lo allontana dall’ambiente reale in cui egli dovrebbe stabilire adeguate relazioni. I programmi si basano fondamentalmente sull’emotività e sulla percezione visiva. La TV stimola il coinvolgimento emotivo, e può spezzare l’equilibrio che il bambino cerca fra emotività e razionalità, provocando scompensi. Mentre la scuola lo fa essere attivo e pronto ad apprendere e a crescere, la televisione, al contrario, lo passivizza e lo spinge alla staticità, proponendogli programmi essenzialmente simili e ripetitivi nei contenuti. La dissonanza prodotta dalla TV fra mondo reale e mondo televisivo confonde il bambino e lo spinge a frenare la sua libera immaginazione.
I programmi televisivi intralciano nel bambino il normale sviluppo del senso di responsabilità. Essi pongono spesso situazioni difficili da risolvere, ma la soluzione è posta sempre all’esterno (poteri magici, armi, aiuti
da parte di amici, poteri tecnologici ecc.).
L’eroe non utilizza le sue potenzialità interiori per risolvere il problema e non lavora, non fatica, non
fa esperienza. È come se la vita offrisse sempre soluzioni senza bisogno di mettersi in gioco o lavorare.
Il ragazzo impara a credere che non sia importante l’abilità e la responsabilità personale, e che gli eventi
della vita non debbano essere gestiti con abilità e consapevolezza. Egli può giungere a ritenere di doverli subire passivamente o aspettare che qualcuno li modifichi a suo favore.
Il bambino teledipendente sviluppa una personalità meno critica e più passiva, e le responsabilità producono in lui una preoccupazione maggiore.
Secondo l’Osservatorio sui Diritti dei Minori, il bambino che guarda la TV per alcune ore al giorno vede almeno dieci casi di violenza, di cui tre si concludono con la morte. Egli vede sangue, cadaveri, botte e spari, e il suo inconscio ne sarà condizionato. Esistono casi accertati in cui i bambini hanno reagito a ciò che avevano visto. Ad esempio un bimbo di Genova, dopo aver visto la serie di cartoni animati “South Park”, ha cambiato comportamento iniziando ad insultare i genitori e i nonni.
Esistono altri casi assai più drammatici di bambini che si suicidano per imitare un personaggio televisivo, oppure aggrediscono o praticano il bullismo perché l’hanno visto fare dai personaggi dei loro programmi preferiti.
Nei telefilm appaiono spesso comportamenti asociali, propongono protagonisti capricciosi, egocentrici, nevrotici, egoisti e capaci di rimanere indifferenti alla sofferenza altrui.
Le ragazzine appaiono vanitose e preoccupate soprattutto del loro aspetto fisico, mentre i ragazzini sono bisognosi di avere potere sugli altri e sulla realtà.
Di rado c’è empatia e solidarietà fra i personaggi, che sono aiutati soltanto dai poteri magici.
Nelle produzioni televisive per ragazzi i protagonisti appaiono sempre più dominati dall’egoismo e talvolta anche dalla crudeltà.
Soltanto la magia, oppure le conoscenze tecnologiche, permettono loro di sentirsi potenti e di avere sicurezza
in se stessi.
Questi programmi non inducono il bambino ad alimentare la fiducia in se stesso, e a ritenere che la realtà dovrà essere affrontata con abilità e talvolta con coraggio, senza aspettarsi poteri magici o sovrumani.
Il problema più grave è che i bambini possono prestar fede a quello che la TV fa loro credere, conferendo un’autorevolezza che essa non ha.
Ciò che viene detto in televisione diventa una sorta di rivelazione oracolare.
I bambini che guardano molta TV possono poi apparire più maturi di quello che sono perché tendono a imitare il comportamento adulto. In realtà questi bambini stanno solo scimmiottando il mondo degli adulti tenendo nascosto il proprio mondo emotivo. Dentro di loro l’emotività può essere incistata oppure bloccata: il fanciullo, avendo visto più volte scene di violenza, crimine o sesso, fatica a elaborare emotivamente i contenuti a cui è stato sottoposto, e sceglie la strada più immediata di escludere l’emotività dal suo quotidiano.
In altre parole, il bambino che si comporta da adulto ha dentro di sé un groviglio emotivo da districare e percepisce la realtà, al contrario di ciò che appare, sulla base della sua fragile emotività.
Gli studiosi sostengono che “assistere alla violenza d’intrattenimento può indurre un aumento degli atteggiamenti, dei valori e dei comportamenti aggressivi, in particolar modo nei bambini”.
Oggi si comprende che la violenza, presente in moltissime produzioni per bambini e ragazzi, è devastante per l’immaginario e per l’evoluzione emotiva del fanciullo.
In molte produzioni televisive la violenza è presentata come un comportamento istintivo inevitabile.
Spesso chi uccide, ferisce o distrugge non subisce alcuna punizione, e talvolta le conseguenze dell’atto violento non vengono nemmeno mostrate, come fossero di poco conto.
Ciò diseduca il bambino e gli fa credere che si possa cedere ai comportamenti violenti perché non sono gravi e non implicano alcuna responsabilità.
È stato calcolato che a dieci anni il bambino ha già visto decine di migliaia di scene aggressive e violente (torture, stupri), migliaia di omicidi e sparatorie. Molti bambini rimangono traumatizzati e presentano disturbi del sonno. Altri vengono “desensibilizzati” a tal punto da ritenere la violenza come un comportamento emulabile.
L’assenza delle normali reazioni emotive di repulsione verso l’azione violenta favorirebbe l’impulso a metterla in atto.
Una ricerca dell’Università del Michigan ritiene che i copy crimes (crimini per imitazione) ogni anno negli Stati Uniti provocherebbero circa 10 mila omicidi, 70 mila stupri e 700 mila aggressioni.
Un’altra ricerca dell’Università di Washington ha dimostrato che almeno la metà dei crimini avviene per “imitazione o per conseguenza della visione di scene televisive”.
I programmi basati su trame di violenza e lotta inducono il bambino a ritenere che la violenza e l’aggressività siano necessarie per avere “giustizia”. L’eroe con cui il bambino si identifica è spesso un personaggio che uccide per far prevalere “il bene sul male”.
Secondo alcune ricerche di Huesmann nell’infanzia possono essere acquisiti dall’esterno comportamenti aggressivi, che poi saranno difficili da modificare. Il bambino che vede spesso scene violente e personaggi che lottano o si uccidono fra loro, tenderà ad attivare risposte aggressive nei rapporti sociali, convinto che gli altri siano nemici da fronteggiare.
Una ricerca longitudinale è stata condotta da Huesmann, Moise-Titus, Eron e Podolski nel periodo che va dal 1977 al 1992. I ricercatori hanno osservato 557 ragazzi nell’area di Chicago. I bambini sono stati osservati
nel 1977 e poi nel 1992. I dati raccolti hanno confermato che l’esposizione a programmi televisivi violenti nell’infanzia produce effetti che permangono nel tempo.
La tendenza ad avere comportamenti aggressivi persistenti nel tempo si è riscontrata nei bambini esposti alla violenza televisiva appartenenti a qualsiasi fascia socio-economica. Le differenze fra i sessi riguardavano
soltanto il modo in cui l’aggressività si manifestava (nelle bambine in modo più indiretto).
Alcune famiglie commettono l’errore di utilizzare la TV per riempire spazi in cui manca la conversazione.
Il bambino piccolo può percepire la televisione come una “persona”, cioè come un canale con cui stabilire un rapporto di dipendenza emotiva, proprio come un genitore.
Il fanciullo che non trascorre molto tempo con adulti e coetanei, può trovare nella TV un “sostituto sociale”, che gli dare un senso di compagnia e allevierà la sua solitudine.
La qualità scarsa e i contenuti diseducativi dei programmi per bambini, rendono questa dipendenza assai nociva e fonte di disagi e scompensi futuri.
Secondo le ricerche del Censis, negli ultimi anni i bambini sono sempre più bersagliati da condizionamenti che mirano a trasformarli in perfetti consumatori, e a sottometterli al sistema dominato dalle corporation. Migliaia di prodotti vengono creati apposta per i bambini e i ragazzini: basti pensare ai videogiochi e ai cibi e bevande spazzatura. Si moltiplicano anche i canalidedicati all’infanzia e all’adolescenza.
Paesi come Stati Uniti, Australia, Francia, Inghilterra e Germania, stanno pensando a una legislazione che tuteli i minori dallo strapotere mediatico delle corporation.
Nel dicembre del 2005, la Commissione della Comunità Europea ha presentato una serie di
proposte per modifi care la Direttiva dell’89 relativa ai servizi media-audio-visivi.
Si chiedono modifiche per tutelare il benessere morale e psicofisico dei minori contro la sempre più insistente pressione mediatica.
In Italia esiste il Codice di Autoregolamentazione sulla tutela dei minori in TV, sottoscritto dalle emittenti televisive pubbliche e private. Esso indica la necessità di “una programmazione adatta alla visione da parte delle famiglie su almeno una rete in prima serata” e di “una programmazione destinata
specificamente ai minori su almeno una rete nella fascia 16.00/19.00”.
Il Comitato di applicazione del Codice è intervenuto diverse volte a richiamare le emittenti televisive che durante la fascia oraria protetta hanno trasmesso volgarità di vario genere.
Il Codice si basa sull’idea che i minori dovrebbero avere la protezione necessaria per preservare la loro crescita naturale e la formazione libera della personalità.
Secondo Karl Popper la TV arriva ad assumere un importante ruolo educativo, che risulterà dirompente nella misura in cui i programmi sono di scarsa qualità e basati sulla violenza e sulla volgarità.
Egli esprime grande preoccupazione per lo strapotere della TV:

La televisione ha un ruolo enorme e molto pericoloso nel processo di adattamento
all’ambiente. In ciò consiste il suo immenso potere. Essa può distruggere
la civiltà. Che cos’è la civiltà? È la lotta contro la violenza. C’è progresso civile,
se c’è lotta alla violenza: per la pace tra le nazioni, per la pace all’interno delle
nazioni e specialmente per la pace nelle nostre case. La televisione costituisce una
minaccia per tutto questo. La minaccia, beninteso, sarebbe peggiore sotto una dittatura.
In questo caso ci sarebbe una vera manipolazione. Si possono manipolare
le persone allo scopo di far accettare loro la dittatura. E come ha mostrato George
Orwell, ciò può avvenire senza che la gente si renda conto di quello che sta succedendo.
Perciò non si deve soltanto rimettere in causa il potere della televisione
o interrogarsi sui modi per limitarlo. Bisogna piuttosto domandarsi, in rapporto
al potere attuale della televisione, se non sia mal impiegato. Io credo che questo
avvenga spesso, anzi che sia per lo più male impiegato, perché la mia esperienza
dell’ambiente televisivo mi insegna che i suoi professionisti non sanno quello che
fanno. Si pongono scopi del tipo “essere realista”, “essere avvincente”, “interessare”,
“eccitare”. Questi sono gli obiettivi che si pongono consapevolmente. Ciò che
misura l’arte, la tecnica di un uomo di televisione è realizzare tali obiettivi. Non
ha coscienza della sua funzione educativa, non ha coscienza del potere enorme che
esercita… una società da cui sia esclusa la violenza e in cui si possa attingere alle
fonti della violenza… [violenza] Ne abbiamo vista troppa, in particolare sotto i regimi
nazista e comunista. Milioni e milioni di gente ha sofferto nei modi più orribili
sotto il regno della violenza. Noi dobbiamo lavorare attivamente per contrastarlo.
Perciò bisogna formare gli individui alla civiltà, influendo sulle loro aspettative.
Questo è il mio progetto educativo… C’è già abbastanza violenza nel mondo, non
c’è affatto bisogno di aggiungere delle violenze inventate per mostrarle a gente divenuta
gradatamente insensibile a qualsiasi tipo di violenza, che non sia quella fatta
a loro stessi. Ho lavorato per parecchi anni quando ero giovane come educatore di
bambini difficili. I più difficili erano quelli che avevano patito violenza nelle loro
famiglie. Possiedo una certa esperienza in merito. A volte portavo quei bambini
al cinema. A quel tempo la televisione non esisteva. Secondo la mia esperienza
i bambini hanno paura della violenza. Un bambino normale chiude gli occhi per
non vederla. Il fatto che la gente si abitui a vedere violenza, che essa diventi il suo
pane quotidiano distrugge la civiltà. Questa è la mia tesi. È una tesi assai semplice.
Coloro che lavorano per la televisione non hanno sufficiente coscienza di ciò che
fanno. Vogliono mostrare cose che impressionino, vogliono “essere realisti”. Non
si rendono conto dei guasti che fanno in questo modo… La televisione permette
oggi di diffondere la violenza e di fare della violenza una componente essenziale
dell’ambiente dei bambini. Essa li educa quindi e li precipita nella violenza. Agli
inizi della televisione, nessuno avrebbe immaginato questa involuzione e la situazione
peggiora di anno in anno.

Negli ultimi anni sono spariti diversi programmi istruttivi per i bambini, che non avevano al loro interno né violenza né volgarità. Ad esempio “L’albero della vita”, che spiegava attraverso un cartone animato il ciclo dellavita. Si trattava di un modo sano per spiegare anche la sessualità, come parte della realtà umana.
Uno dei rari programma istruttivi, in onda su Raitre, è la Melevisione. Il programma è curato da alcuni esperti pedagogisti che lo hanno creato per i bambini di età prescolare. L’ambiente è fiabesco, come i personaggi che si alternano sullo sfondo boschivo. Anche i nomi dei personaggi sono tipici dei racconti adatti ai bambini piccoli (Lampo, Linfa, Orcobruno, Rosarospaecc.). Il linguaggio è semplice e le situazioni sono buffe.
Ad esempio, la TV funziona alimentandola con le mele (da qui il nome Melevisione).
Il conduttore del programma pone anche situazioni reali, come ad esempio, il prendere l’influenza o il provare paura per qualcosa. Alla fine viene spiegata meglio la situazione posta, ponendo l’accento sulla rassicurazione e l’incoraggiamento necessari per superare il problema.
Questo tipo di programmi sono istruttivi perché, pur presentando una situazione ludica e divertente, fanno sì che il bambino conosca anche aspetti della realtà meno piacevoli, per poterli affrontare meglio.
La TV dunque attiva meccanismi di educazione alla violenza, alla sessualità precoce e non fondata sui rapporti umani, e provoca scompensi nella psiche e nell’organismo del bambino. Non educa alla semplicità, all’empatia fra gli esseri umani e all’altruismo ma, al contrario, cerca di annullare le capacità empatiche degli individui, facendo leva soltanto sulla stimolazione dei desideri più immediati (cibo, sesso, eccitazione, possesso, ecc.).
La televisione potrebbe, in teoria, essere diversa da quello che è, se i programmi fossero di qualità educativa, culturale e artistica, ma questi di fatto non lo sono.
Ciò avviene perché i canali sono a servizio delle corporation, che pagano cifre da capogiro per le inserzioni pubblicitarie. Alle imprese interessa vendere i prodotti. Non hanno alcun interesse a che il bambino sia sano e non consumi cibo spazzatura o non compri giocattoli inutili o diseducativi.
Di conseguenza la televisione educa al consumo e all’esistenza superficiale e dipendente dall’esterno, per rendere le persone soggette al sistema materialistico e consumistico.






FONTE